Dinah Washington – Dinah Washington sings the Blues


Prendete una voce di grande potenza ed espressività; un’infanzia passata nel gospel e nel blues; prendete uno stile di vita stravagante se non eccessivo, con oltre sette matrimoni falliti, amanti in numero spropositato, come spropositati i propri guadagni mandati in fumo tra alcool, droga, gioielli ed auto di lusso; prendete una figura che ha scavalcato i confini stilistici del jazz anticipando la musica soul di Aretha Franklin e Ruth Brown, influenzando con le sue performance decine di artisti da Peggy Lee a Millie Jackson.
Signore e Signori, ecco a voi Dinah Washington.

La fabbrica del Consenso


Se ieri sera ci siamo giustamente presentati indignati, in linea con i sentimenti di tutti, verso ciò che è successo nella sede del Charlie Hebdo, stasera rimaniamo allibiti. Non per quanto accaduto ieri, non perché in Nigeria i miliziani integralisti di Boko Haram hanno ucciso oggi più di 2.000 vite umane nella città di Baqa, ormai completamente distrutta; siamo allibiti perché con un meccanismo ormai ben troppo oliato, i mass media italiani hanno minimizzato se non oscurato quanto alimentando quella spirale di isteria verso ciò che si rende necessario far sapere: la minaccia del Isis al Occidente; quella generica, informe Crisi economica; le capricciose richieste dell’Europa.

La Cisgiordania e il genocidio dei Curdi, gli Armeni, Israele e il fosforo bianco in Palestina, la ex-Jugoslavia, la guerra coloniale in Angola e Mozambico, il Darfur, i conflitti in Congo, il dissodamento del Vietnam, Suharto in Indonesia, il genocidio in Timor Est, il genocidio in Cambogia, il genocidio in Ruanda tra Hutu e i Tutsi, il conflitto russo in Ucraina.

Quanto pesa per noi questo fardello (che potrebbe arricchirsi di molti altri eventi) che stentiamo a conoscere, di cui sappiamo poco e niente? Allibiti perché sono eventi che ancor’oggi si perpetuano e di cui nessuno ne parla. Noam Chomsky ben chiarisce perché sia meglio non parlarne.


“Non c’è nessuna preoccupazione da parte del mondo occidentale per le questioni di aggressione, atrocità, abusi sui diritti umani e così via, se c’è un profitto facile.”


“Voglio dire, questo è il modo, oltre la semplice dimostrazione, in cui i media si asserviscono al potere. Intendo dire, che in questo caso hanno una reale complicità nel genocidio. La ragione per cui le atrocità sono andate avanti è perché nessuno sapeva quel che succedeva. Se chiunque avesse saputo i fatti, ci sarebbero state proteste e pressioni per fermarli. Pertanto, sopprimendo i fatti i media hanno dato il contributo maggiore..” Noam Chomsky riguardo al genocidio del Timor.

Un ultimo monito. Un luogo comune che per quanto banale sia, altrettanto si rivela profondo, è ciò che dovremmo sempre tenere a mente: la conoscenza è potere.

#JESUISCHARLIE

Diciamolo brevemente, certe cose ci fanno incazzare. Al di là di una legittima isteria di massa, volta a difendere sacrosanti diritti di ogni umano quali la Libertà d’espressione, oggi terribilmente macchiata; al di là delle opinioni dei media e dei politici che caricheranno il nome di una religione, vittima a più riprese di caricature e omissioni, come sempre più aliena e ostile; oggi, in quella Parigi a perderci in realtà non sono stati ne francesi ne islamici, ma esseri umani.

L’ironia è la più viva forma d’intelligenza.

Anita O’Day – Anita Sings The Most


Una testa dura, un caratterino energico (forse un po’ troppo per le sue esperienze di droga e alcool) ma terribilmente elegante. Anita O’Day da bambina fu sottoposta all’asportazione delle tonsille, in un’operazione che però gli procurò per sbaglio una brutta lesione alle corde vocali: ciò gli impedì di sostenere a lungo i suoni, ma non la scoraggiò nel intraprendere la carriera di cantante jazz.
Uno scat continuo, energico e irrefrenabile per non tenere troppo le note gli sono valse un mirabile virtuosismo tecnico da far invidia alla Fitzgerald. Basandosi su soleggi della be-bop di Parker o di Gillespie, sulla variegate tonalità di Powell o Monk, Anita da prova delle sue doti impareggiabili assieme al trio di Oscar Peterson in questo album: undici tracce dai tempi rapidi, la batteria di John Poole ed una voce che sa esser irrefrenabile ma anche terribilmente seducente.

Quelle magiche uve del Duoro


Questa settimana trattiamo di qualcosa che potrebbe venir considerato un ponte di mezzo tra un vino e un liquore vero e proprio. Seppur oggi non molto conosciuto tra i giovani è ottimo per la versatilità con cui si presta ad esser consumato sia liscio sia in miscelazione: Il Porto.

Il Porto è un vino liquoroso che trova i natali nella valle del Duoro in Portogallo –che ricordiamo esser ad oggi patrimonio UNESCO- all’inizio del ‘600.
Ivi infatti i commercianti inglesi, alla ricerca di nuovi mercati vitivinicoli dopo l’ennesima guerra con la vicina Francia, trovarono vendemmie di buona qualità dai tannini dolci e non troppo acidi.
La tratta dal Portogallo all’Inghilterra non favoriva però la tenuta dei vini, che risultarono inoltre ancora troppo poco morbidi per i gusti anglosassoni.
Quest’ultimi ebbero così la felice intuizione di rafforzare questi prodotti con del Brandy, bloccando innanzitutto la fermentazione allo stadio iniziale (mutizzata ossia) al fine di preservare parte del residuo zuccherino che sarebbe stato convertito in alcool dai lieviti. Il tutto grazie all’elevata percentuale alcolica che si aggirava sui 77%: ciò blocco i lieviti nel loro processo, a salvaguardia sia di un gusto più morbido e una tenuta maggiore.

Oggi si annoverano circa 6 tipologie di Porto, di cui le tre più diffuse sono: il Ruby, il Bianco e il Tawny.
Il primo è in assoluto il più commercializzato e consiste in vini rossi invecchiati in grosse botti, quindi di bassa ossidazione per il basso rapporto sup./vol. con il legno, che vantano un color rubino intenso con gusti di frutti rossi e susine ad esempio.
Il secondo ha gusto fruttato e lo stesso processo del primo, ma utilizza esclusivamente uve bianche da come si intuisce.
Degno d’interesse è invece il Tawny, i cui vini rossi sono posti per 2-3 anni in botti grandi per poi esser travasati in piccole botti che favoriscono un’ossidazione più veloce.
Da ciò scaturisce il loro color ambrato e aroma di frutta secca, che si fonde in una complessa armonia dettata dai tannini su note che variano dal tostato al miele, cioccolato o caffè.
Di maggior prestigio e ricercatezza sono invece i seguenti Porto, tra cui:
Il LBV ( Late Bottle Vintage o anno di imbottigliamento tardivo ), caratterizzato da un’invecchiamento dai 4 ai 6 anni, da Ruby rossi di grande qualità.
Il Colheita, prodotto da un’unica vendemmia, invecchiato ben oltre 7 anni.
Eccezionale prodotto di spicco tra tutti è però il Vintage, rigorosamente proveniente da uve di un’unica annata, che viene lasciato prima riposare in botti per 2 anni per poi maturare dai 20 ai 30 anni in bottiglia.


Kenny Dorham – Afro-Cuban


Kenny Dorham è un trombettista molto apprezzato tra gli intenditori del settore per la sua capacità di articolare assoli ben costruiti, puliti e senza una nota in più del necessario. Sconosciuto al grande pubblico, ha però firmato la band di Gillespie, il quintetto di Parker, i Jazz Messengers di Blakey e le session di altri grandi nomi quali Mingus e Navarro.

Buona serata a tutti.