L’ultimo Rothko

 


Sappiamo già che si incazzerà, anche se è morto da più di quarant’anni. Non è facile rendere giustizia a certe figure, per questo facciamo subito Mea Culpa. Mark Rothko è stato uno dei più grandi artisti del ‘900, catalogato sotto la corrente del espressionismo astratto. Non esattamente un tipo molto in pace con se stesso e con il mondo (ma credo ciò poter essere una prerogativa comune a molti talenti), che si è sempre guardato bene dal giudicar e far giudicare le sue opere. Vi riporterò quindi un aneddoto per farvi capire quale fosse il suo temperamento.

Arrivò a rinunciare in extremis al più prestigioso incarico che gli venne mai affidato nel 1958 da Ludwig Mies van der Rohe, maestro del architettura e del design per il XX° secolo: una serie di quadri-murales che avrebbero avvolto il ristorante Four Seasons nel grandioso Seagram Building di New York, ancora in costruzione. Perché lo fece? dopo esser stato invitato con la propria famiglia lì a cena appena inaugurato, lui che era abituato a vivere frugalmente della sua esistenza (e certo non senza molte ristrettezze economiche in quanto pittore), capì che il ciclo d’opere che aveva concepito sarebbe passato totalmente incompreso lì dentro, in quel palcoscenico dell’opulenza yankee. Rinunciò al esorbitante –per quei tempi– compenso offertogli, pur di non svendere la sua arte a una sala da pranzo e, seppure ricevette parte di questo consegnando parte delle tele, disse:

“I accepted this assignment with strictly malicious intentions. I hope to ruin the appetite of every son of a bitch who ever eats in that room.”

Questo è Rothko. Non amava farsi targare come espressionista astratto, non amava la mercificazione dell’arte, non amava soffermarsi a parlare delle sue opere nelle sue linee, nei colori, perché dipingeva nel modo che lui stesso definiva il più concreto possibile (non si definiva quindi un astrattista). Gli interessava istituire un rapporto religioso tra la tela e lo spettatore, su tele di grosse dimensioni che non volevano ottenere l’effetto di magniloquenza e grandiosità, ma dovevano essere un portale per assorbire lo sguardo e destare i sentimenti più umani ed intimi nello spettatore. Il colore nella sue scale tonali e la loro modulazione erano quindi i perni su cui muoveva per risvegliare, sollecitare qualcosa di nascosto. Un tratto comune agli Ermetici potremmo quasi azzardarci a dire, l’arte e la poesia come tramite verso l’inconoscibile, unico strumento per attingere a sensazioni invalicabili. Non si dipingeva per gli studenti d’arte o gli storici, il pittore poteva solo trarre soddisfazione nel coinvolgere nelle reazioni più profondamente umane gli esseri umaniUn dipinto, come lui stesso disse, era una esperienza, non qualcosa a riguardo di questa. Insomma, siamo ben lontani dalla illusione referenziale del arte nel rapporto significato/significante di C’est ne pas une pipé di Magritte.

Segnato da una vita di stenti e ristrettezze economiche, le sue vicissitudini personali furono alla volta dalla depressione: perse il padre da bambino, appena emigrato negli Stati Uniti dall’attuale Lettonia, lottando come venditore di giornali per guadagnarsi l’università di Yale; il divorzio per il primo matrimonio lo portò ad esser ricoverato per la prima manifestazione acuta di depressione clinica; alla morte della madre, avvenuta nel ’48, seguì la seconda manifestazione. L’approdo definitivo fu inaugurato col secondo divorzio, capitato durante la commissione del ciclo al Seagram, e completato nel ’68, anno in cui gli fu diagnosticato un aneurisma incurabile.

Durante gli ultimi anni della sua vita, dopo aver in qualche modo codificato il suo stile con un raccolta impressionante di tele, Mark avverte una tensione che procede di pari passo con l’acuirsi della sua depressione; ciò lo porta a voler investigare sempre più profondamente la natura umana, attraverso l’uso di un non-colore: il nero. Avvertiva una tensione che procedeva di pari passo con un senso di purezza tanto più vicino quanto più le sue tele fossero tese al monocromatismo. Il nero era la negazione, l’assorbimento totale di ogni colore, di ogni modulazione. Il nero bloccava, rallentava l’attività differenziatrice del colore tipica del bianco o del rosso. L’area nera era difficile da riportare nella sua terza dimensionalità, ovvero diminuiva il senso di profondità ed accentuava quello di stesura, arrivando a confondere, quindi a non far osservare lo spettatore, la tela stessa con le sue aree, i suoi strati e piani.

Rothko si suicidò nel suo studio il 25 febbraio del 1970 recidendosi le vene ed intossicandosi con due flaconi di idrato di cloralio. Vi lascio immaginare le tele che lo avvolgevano lì dentro. Forse per via della sua depressione, forse perché raggiunto il non-plus-ultra, fu di sicuro condotto, cercando di uscire dall’incertezza che lo scuoteva, a ricercare nella negazione del cromatismo e della luminosità il riposo dello sguardo. Era riuscito ad entrare nelle sue stesse opere.

 


“Una chiara consapevolezza della morte. Tutta l’arte è in rapporto con la morte. Sensualità. Indispensabile per rappresentare il mondo concreto. Tensione, ossia conflitti o desideri che nell’arte sono dominati nel momento stesso in cui si manifestano.

Ironia, un ingrediente moderno (i greci non ne avevano bisogno). Una forma di cancellazione di sé, e al tempo stesso di autoanalisi, con cui l’uomo può, almeno per un istante, sfuggire al proprio destino. Arguzia, umorismo. Qualche grammo di “effimero” e qualche grammo di “casuale”, un dieci per cento di “speranza” … Solo se ne avete bisogno; i greci non ne avevano. Dipingo quadri di grandi dimensioni perché desidero creare una situazione di intimità. Un quadro di grandi dimensioni provoca una transazione immediata che ingloba l’osservatore al suo interno.”


 

 

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