Mille volte Mai Tai


Non ci si può far niente. Certi cocktail, come ogni leggenda degna di tal nome, si ritrovano avvolti in un alone di mistero che nasconde la loro storia, li veste di una moltitudine di versioni e derivati, partorendo inevitabilmente un senso di fascino unico. Dry Martini, Americano, Manhattan, Daiquiri, Cuba Libre, Mint Julep, Sidecar, Singapore Sling e chi più ne ha più ne metta. Un posto di prim’ordine è senz’altro quello occupato da un cocktail che ha segnato l’avvento di un’era: il Mai Tai.

Già il nome in lingua thaitiana evoca la sua bontà, significando appunto “il migliore” se tradotto. “Mai Tai roa ae”è divino, è il migliore– ecco infatti cosa esclamarono i due ospiti tahaitiani quando un certo Trader Vic’s gli servì nel suo locale ad Oakland, California, un cocktail a base di Rum Wray&Nephew invecchiato ben 17 anni -un overproof, quindi con un gradazione alcolica oltre i 40°, per la precisione 63°-, orzata francese, un suo preparato di sciroppo di zucchero, orange curacao olandese e del succo di lime, servito ben shakerato con ghiaccio tritato, con un ciuffo di menta e un trancio d’ananas come guarnizione al bicchiere. Questo è il 1944. In seguito Trader Vic’s sostituì il rum overproof, ormai difficilmente reperibile per la crescente domanda del cocktail che era intanto anche sbarcato nel 1953 alle Hawaii nel suo nuovo locale. Codificò la ricetta con la stessa dose di 6cl composta per una metà da rum Wray&Nephew 15y e per l’altra da rum Coruba o giamaicano, in modo da non alterare troppo il sapore pungente del rum originale, di medio corpo e con un sorprendente color ambrato.


Trader Vic’s


Codificato per l’appunto perché negli anni ’50 imperviò la cosiddetta “Mai Tai Battle”, che vedeva due fronti opposti rivendicarsi la paternità del drink: uno era quello qui sopra descritto del signor Trader Vic’s, l’altro quello di Don the Beachcomber, il guru -o letteralmente il vagabondo- polinesiano della Tiki Era. Era da poco finita la seconda guerra mondiale, i soldati americani tornavano in un patria dove per il proibizionismo  le importazioni  illecite di rum dilagarono nei locali come moda di consumo, anche dopo il 1933, anno dell’abolizione. E come ogni prodotto di contrabbando, la qualità del prodotto non era di certo un vanto per i trafficanti ( sopratutto gangster), necessitando quindi di esser miscelata a succhi per smorzarla. Tornavano dal Oceano Pacifico, dalle isole della Polinesia Francese, dalle Hawaii, restando ammaliati dal fascino che quelle culture così remote avevano avuto sulle loro grigie uniformi.

Don the Beachcomber, fu il primo a saper cogliere questa febbre tropicale dando il via alla suddetta Tiki Era, aprendo il primo dei suoi 16 ristoranti a tema nel 1933. Qui iniziò a servire Rum, Rhum, Ron (scuola inglese, francese e spagnola ndr.) proveniente dal golfo caraibico, miscelandolo in sciroppi e bitter segreti di sua creazione, succo di lime e succhi d’arancia o ananas. Il Beachcomber’s Gold è infatti il primo cocktail che portò alla ribalta la suggestiva complessità e bizzarria tipica dei drink del Don, bizzarria che si ritrova nella guarnizione di una conchiglia lucida posta sul bicchiere stesso. Di stessa famiglia fu il QB Cooler, cocktail che l’amico-nemico Trader Vic’s era solito bere da Don Beachcomber: questo fu il capo d’accusa per rivendicare la paternità di Don sul Mai Tai, insistendo sul fatto che Vic avrebbe preso come evidente riferimento questo suo drink abitudinario. Guardando però nei particolari, risulta chiaro che tutta questa diatriba non fu nient’altro che un tentativo pubblicitario per rivendicare il predominio Tiki di Don, minacciato dal successo inarrestabile del collega.


Don The Beachcomber


La risposta non si attardò a venire con la proposta difatti del Mai Tai Swizzle, variante presentata da Don sulle carte dei suoi menù: aggiunse alla ricetta alcune gocce di Pernod, succo di pompelmo, un preparato detto Falernum e due tipologie di rum, uno nero giamaicano ed un ambrato cubano. Nel 2002 l’ultima moglie di Don, Pheobe Beach, portò alla luce un inedito compendio di ricette del marito che testimoniarono la creazione del Mai Tai Swizzle nel 1933. Ma era appunto inedito, quindi mai pubblicato sui menu dei suoi ristoranti perché contenente drink reputati non adatti ai gusti dei clienti, ecco perché Trader Vic’s riuscì a registrare la ricetta, ponendovi così accanto il suo nome; difese sempre con fervore la propria paternità, arrivando a svelarne persino gli ingredienti. Comunque sia, seppure entrambi i protagonisti siano morti, il mistero non cesserà mai d’esistere, lasciando a noi come unica certezza la bontà divina di questo cocktail.

 

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