La generazione post ideologica


Ieri sera mi sono divertito ad apparire come un “fuso” nella mia pseudo speculazione sociolinguistica che volevo esser più un gioco che un discorso per chi l’avesse inteso. Oggi, interrogandomi un po’ più preoccupato e serio, ho deciso di cimentarmi nel chiedermi su quale valori facessero perno quei discorsi, quelle parole di cui oggi noi giovani facciamo impiego. Sono arrivato, anche riallacciandomi a una concezione a me cara espressa dal più conclamato sociologo vivente -Zygmunt Bauman- per cui viviamo in una modernità liquida, a definire la mia generazione come la generazione post ideologica.

Non in quanto una generazione in cui non viga alcuna ideologia, bensì in cui la precarietà,  l’individualismo, l’avanzare del virtuale come alter-ego, la velocità sincronica del mutare degli eventi si miscelano in una nube uniforme che produce un effetto di appiattimento e depauperazione del reale, un’omologazione ideologica in cui risulta persino difficile tratteggiare una fisionomia del disagio che ci accomuna, non facendoci vedere -producendo quelli che in ottica si dicono scotomi visivi-  la sua natura ma solo i suoi risvolti che si presentano nella vita di tutti i giorni. Tutto contento, ho digitato la mia intuizione su Google, scoprendo che il prof. Umberto Galimberti, (vecchia conoscenza per quanto concerne un suo libro -L’ospite inquietante-, che mi aveva già aperto tante cosine alla tenera età di 16 anni) era riuscito a dire alla perfezione quel che volevo dire. Vi riporto pertanto questa piccola perla di intervista -per chi volesse investire un po’ di tempo per vedere meglio fuori- databile 2009 seppur oggi sia più attuale che mai:


Prof. Galimberti, lei è stato quest’anno uno degli ospiti del Festival della Filosofia a Modena. Il tema scelto dagli organizzatori in questa edizione è la “comunità”, una dimensione che oggi appare alquanto difficile da poter definire e anche da sperimentare. In una fase storica in cui le identità collettive (e forse le identità tout court) appaiono in crisi, si radicalizzano o si dissolvono, di cosa si parla quando si parla di comunità?

Quando si parla di comunità si parla più o meno delle scelte dell’uomo dal momento che, dal tempo di Aristotele, l’uomo viene qualificato come animale sociale. Oggi questa dimensione sociale, che significa “in relazione all’altro”, è venuta radicalmente meno nel senso che ciascuno ha sviluppato la dimensione individualistica e il momento relazionale ne soffre un po’. In questo io vedo una specie di cascame di un’idea fondamentalmente cristiana, perché il concetto di individuo e il primato dell’individuo l’ha introdotto il cristianesimo. Prima c’era il primato della città. E gli individui erano giusti se si “aggiustavano” nell’armonia della città. Il cristianesimo ha messo in circolazione il concetto di anima e il primato dell’individuo ha conferito allo stato semplicemente il compito di sciogliere gli inconvenienti che impediscono o ostacolano la salvezza dell’anima, che è individuale. Il risultato finale di questo processo è che ciascuno pensa a se stesso, appartato nel suo appartamento. E tutti i legami di solidarietà sono venuti meno.

Negli anni Sessanta il futuro era una promessa. Poi divenne, forse, una scelta di campo. C’erano cause che sembrava valesse la pena di abbracciare e non penso solo alle ideologie politiche ma anche a movimenti come il femminismo, l’ecologismo, il pacifismo… I ventenni di oggi sembrano poco interessati a simili battaglie e appaiono, tutto sommato, molto più conformisti. Cresciuti senza l’ombra dei muri ideologici sembrano tuttavia, come e forse più di ieri, intrappolati da altri “muri” che sono l’incapacità di empatia e di comunicazione. Può essere questa una chiave di lettura del suo libro sul nichilismo e i giovani?
Fondamentalmente ai giovani è stato rubato il futuro. Il futuro ora non si presenta più come una promessa ma come una minaccia o per lo meno si presenta come imprevedibile e scarsamente codificabile. Che cosa succede a questo punto? Che i giovani non possono nemmeno più fare la rivoluzione mentre nel ’68 hanno fatto la rivoluzione delle persone che stavano molto meglio di loro, il cui futuro era sostanzialmente garantito. Ma perché questo? Perché siamo entrati pesantemente nell’epoca della razionalità tecnica, la quale ha disciolto il conflitto delle volontà. Le rivoluzioni, i cambiamenti estremi avvengono per conflitti di volontà, mentre ora queste volontà non sono più in conflitto ma sono tutte e due dalla stessa parte avendo come controparte la razionalità del mercato. E allora con chi te la prendi? Perché il mercato è nessuno, è invisibile: sono operazioni finanziarie, sono sistemi incontrollabili.
E infatti interrogando i giovani su come mai accettano lavori precari, di pochi mesi, ti rispondono: “perché altrimenti cosa faccio?”. Ecco questa è l’acquisita impossibilità di reagire perché non c’è una volontà contro cui muoversi. E questi sono gli effetti dell’essere entrati nell’età della tecnica, che è l’età della razionalità strumentale, raggiungere il massimo risultato con il minimo impiego di mezzi.

Lei scrive: «sono crollate le pareti che consentono di distinguere l’interiorità dall’esteriorità, la parte “discreta”, “singolare”, “privata”, “intima” dalla sua esposizione e pubblicizzazione». Oggi in fenomeni come i reality ma non solo – penso anche ad esempio a molte forme di autorappresentazione come alcuni tipi di video su youtube o a quella sorta di diario post-moderno che sono alcuni blog di giovanissimi – il senso del pudore sembra spostarsi di volta in volta un po’ più in là. È caduto un altro muro o si tratta di un altro fenomeno ancora?
Oggi si è sviluppata una sorta di modalità televisiva dove sostanzialmente si “insegnano” i sentimenti. Si insegna come si ama, come si odia, come si reagisce. Si parla a volte di pensiero unico, ecco qui si costruisce una sorta di sentimento unico, un’omologazione dei sentimenti attraverso cui ciascuno espone pubblicamente tutta la sua intimità. E questa dimensione, che a mio parere è spudoratezza, viene scambiata per sincerità, quindi come una virtù. Ma non è virtuoso privarsi della propria interiorità, della propria intimità. È semplicemente spudorato perché il pudore è per lo meno la tutela di ciò che è propriamente mio, di ciò che è intimo, di ciò che è interiore e una volta che la mia interiorità è sotto gli occhi di tutti, io sono come tutti.

Oggi che la piazza è fuori moda, la scuola è in crisi, molte delle reti sociali di un tempo sembrano aver perso di significato, che tipo di spazio è quello dei social network? Che ruolo ha? È un ammortizzatore o un moltiplicatore di quella che lei ha definito una solitudine di massa?
La comunicazione per via informatica è radicalmente differente dalla comunicazione vis a vis. In fondo tutte le cose che non abbiamo il coraggio di dire in faccia le scriviamo tramite messaggini telefonici. È una forma di mancanza di coraggio, una comunicazione coperta, secretata, dove quello che dico lo posso negare e in ogni caso posso configurarmi come altro rispetto a quello che sono. È un gioco falsificante.

Il suo giudizio sulla scuola non è tenero. A suo avviso la scuola è un luogo dove non si sanno riconoscere i talenti e la soggettività, che non è in grado di contribuire alla costruzione di identità. Sembra quasi di leggere don Milani. Non è cambiato niente da allora?
No. La situazione è molto peggiorata semmai. Nel senso che oggi la scuola, quando riesce, al massimo istruisce ma non educa. Perché l’educazione passa attraverso il coinvolgimento emotivo. Penso che tutti noi abbiamo studiato e ci siamo applicati nelle materie di cui i professori ci affascinavano, mentre abbiamo trascurato quelle di cui i professori ci erano antipatici perché dominati, come accade nell’adolescenza, dalla dimensione emotiva piuttosto che da quella intellettuale. Si tenga conto poi che in generale l’educazione passa per via erotica e cioè attraverso il coinvolgimento delle emozioni e dei sentimenti, attraverso la fascinazione. Io non ho difficoltà ad utilizzare anche la parola plagio: si impara per imitazione, per fascinazione. Ora, siccome molti insegnanti non sono per niente affascinanti, vengono selezionati sulla base delle loro competenze culturali e a prescindere dalle loro capacità di comunicazione e di fascinazione ed ecco che la scuola diventa un luogo deputato al massimo all’istruzione ma non certo all’educazione e tanto meno all’educazione ai sentimenti. Il fenomeno del bullismo, ad esempio, è il sintomo di contesti in cui ormai si è capaci solo di gesti, come risposta ad un impulso. Ma ad un livello superiore all’impulso dovrebbe esserci l’emozione e i ragazzi neanche quella provano perché per provare emozione devono – come dicono – calarsi l’ecstasi. Ma neanche l’emozione basta, bisognerebbe avere i sentimenti. E dove si imparano i sentimenti, che sono la forma più evoluta del sentire? Si imparano attraverso la letteratura che ci dà il paradigma del dolore, della noia, della gioia, dell’amore, della passione, della tragedia, dello spleen. Ecco se tutte queste cose non accadono, allora il sentimento resta atrofico e l’emozione resta stentata. Interrogati sul proprio disagio emotivo i ragazzi non sanno cosa rispondere perché non hanno neanche i nomi per nominare i luoghi della loro mente. E questo è un bel disastro.

Alcuni ricorderanno una sua intervista televisiva di qualche tempo fa durante la quale si confrontava con Fabri Fibra. Ne uscì un incontro piuttosto interessante, nel quale alla fine sembravate paradossalmente essere d’accordo su tutto. Un personaggio che, a detta di molti, interpreta molto bene il nostro tempo come Roberto Saviano ha detto di Fabri Fibra che è avanti di vent’anni rispetto alla letteratura. Fra vent’anni forse leggeremo le rime di Fibra come i versi di Ungaretti? E cosa ci sapranno dire sul nostro tempo e sui giovani di oggi?
Non so se fra vent’anni leggeremo Fabri Fibra ma c’era un punto molto iportante che mi pare Fibra avesse sottolineato e sul quale eravamo completamente d’accordo: è necessario cominciare a vedere i mali dei giovani non solo come disastri ma come rimedio ad angosce ben più profonde. Se uno si ubriaca o si droga è perché non vuole essere in un mondo che neppure lo convoca, neppure lo chiama per nome, che lo vede come un problema invece che come una risorsa. Ecco credo che si debba leggere il male dei giovani non come il male ma come il rimedio a un male peggiore.


 

 


 

 

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