Anacoluti ed altro

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Ogni tanto ritorniamo. Insomma, sapete che in realtà non ce ne andiamo mai però. Dopo una pausa di fine estate ed inizio autunno, torniamo. E se ci siamo persi un po’ per la strada, è stato perché talvolta occorre concentrarsi su ciò che
ci passa per la testa, ridargli ordine, rimetterlo bene in moto.

È il solito discorso che va ormai avanti da un pezzo, che credo si protrarrà fino alla fine delle nostre vite e che, per quanto si provi a tracciarne una fisionomia, risulterà sempre sfuggevole e multiforme.
Sto cercando di parlare del ansia, delle distrazioni e del senso di oppressione e di noia che ci pervade, sto ancora cercando di rintracciarne le loro radici.
Del perché ci si senta sempre insoddisfatti, preoccupati e stanchi di tutto questo.
Si mostrano tutti i giorni, in una miriade infinita di sofferenza, tanto che sono ormai assimilate negli atteggiamenti sociali che dimostriamo.
Quello che ho concluso a riguardo della mia depressione, è stato il capire che essa non è una condizione quanto più un modo di vivere, o perlomeno un suo aspetto che si presenta tanto più acuta quanto più si lasci ergere di fronte a noi un sensazione di panico.
Il panico è infatti una non-reazione: degli eventi esterni che richiedono una certa algoritmicità per esser risolti scatenano nel individuo una sorta di black-out; è una spinta endogena, verso l’interno e non l’esterno perché si crede di non avere i mezzi per affrontare il problema, riflettendo -in maniera latente- sul immagine che abbiamo di noi un’insicurezza che si radica tanto da innescare una sorta di circolo vizioso.
Non vorrei parlare di subconscio -dato che io non ho le competenze di uno psicoanalista-, ma in questo termine tendo ad includere tutte quelle immagini che sedimentiamo di noi stessi e del mondo, con le relative sensazioni personali.
Ecco, credo che il discorso su cui verta tutto sia questo: la nostra mente, il nostro modo di pensare più recondito.
Certo, a molti di voi questa affermazione risuonerà poco sensazionalistica se non banale, ma vorrei sottolinearvi che già constatare quanto è una grande presa di coscienza.
Non sto offrendo dei metodi risolutivi come vedete, perché credo che la semplice volontà di parlarne, di mettere in gioco tutto se stessi sia di per se sufficiente.
Esser lucidi, raziocini significa aver in testa dei concetti ben fissati e procedere su questi verso un obiettivo, mossi da una ferma volontà.
Ciò è per alcuni il nostro Super-Io, ciò che detta cosa occorre fare.
Quanti di noi riescono a prefiggersi degli obiettivi reali? Ovvero, quanti di noi si muovono con metodo per ottenere ciò che vogliono non alterando la loro perseveranza?
È banale lo ripeto, ma degli esempi di tutti i giorni mille sono gli episodi in cui procrastiniamo, sminuiamo ciò che conta davvero, confabulando dentro noi stessi.
Costruiamo ponti a metà, qualcosa che nella terminologia linguistica si chiama un «anacoluto»: una struttura di una frase che si interrompe bruscamente, perdendo la sua compiutezza, il suo significato.
Divaghiamo, insomma.
E questo inevitabilmente si circoscrive nel circolo vizioso dell’immagine che abbiamo di noi, infondendo ulteriore sfiducia in se stessi.

Quello che cerco di dire è che, per quanto ci si senta mai depressi -immersi in una vita che non riserbi più aspettative, in cui la noia, l’accidia, l’ennuì, l’inerzia, il panico e l’ansia abbiamo stinto ogni colore- tutto ciò per quanto possa apparirci trasversale, insormontabile e profondo può venir superato.
Non dalla nostra volontà, questa viene dopo, perché è inutile proporsi grandi opere se non si hanno stimoli ne ragioni.
Ma dalla nostra consapevolezza, dalla nostra capacità di immergerci tanto più profondamente in noi stessi e vedere che l’immagini negative che ci hanno dato e abbiamo accolte non hanno tutta questa grande consistenza.
Perché magari, a ragionarci sù, ve ne sono molte altre positive molto più radicate.

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