Breve storia della distillazione

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Furono i potenti sacerdoti delle civiltà egiziane e mesopotamiche, uomini sapienti, da sempre intenti a ricavare dalla natura prodigi per stupire i popoli e mantenere il loro potere, i primi ad imparare ad estrarre dai vegetali, le essenze aromatiche capaci di produrre piacere per la psiche e singolari benefici per il corpo. Ma il primo nome a giungere fino a noi è quello di un medico greco, Galena, nato a Pergamo nel 129 d.C., così abile nello sfruttare le sostanze naturali per la cura delle malattie, che ancor oggi il suo nome si usa per indicare le preparazioni di farmacia. Agli Arabi dobbiamo la messa punto dell’alambicco, utilizzato per ottenere essenze e profumi, anche se in raffigurazioni risalenti a ben 18 secoli prima di Cristo, in Mesopotamia, è testimoniato l’uso di un alambicco semplice. In greco ambix significa “vaso tronco di forma conica munito di un becco“, ed è la parola da cui deriva quella araba al-ambig e la nostra “alambicco“; anche il termine “alcol” deriva dall’arabo al-basai. In Europa durante il periodo medievale la ricerca proseguì grazie alla fervida e continua ricerca dei monaci delle abbazie e dei monasteri. Ancora oggi infatti ci sono prodotti come birre, amari, liquori, ecc. che vantano origini e tradizioni legate a luoghi di culto. Il motivo di tale riferimento è semplice: in quei periodi di carestie e veloci cambiamenti sociali, gli unici che potevano dedicarsi allo studio e alla ricerca erano gli uomini di fede, che nei terreni protetti dei monasteri potevano coltivare orti e vigneti, perfezionare le tecniche di vinificazione, studiare le proprietà medicinali delle erbe e sperimentare le tecniche della distillazione.

Il liquido ottenuto con questo processo fu chiamato con termine latino, aqua vitae, oppure eau de vie in francese; fu definito per la prima volta “acqua di vita ”, dal medico personale del papa Bonifacio VIII. L’espressione denotava chiaramente la fiducia riposta nei poteri mumaturgici di questo preparato e la convinzione che esso possedesse delle proprietà terapeutiche. Spetta alla Scuola salernitana, in epoca medievale, l’atto di nascita ufficiale delle acquaviti: è allora che furono codificate le regole per ottenere prodotti ad una discreta concentrazione alcolica, usati anche nella farmacologia del tempo.


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La Scuola salernitana scoprì infatti che le acquaviti erano anche ottimi solventi superiori, e imparò così a produrre delle medicine stabili nel tempo che oggi possiamo definire vere e proprie progenitrici dei liquori. Intorno alla metà del XIII secolo il fiorentino Taddeo Alderotti rivelò, in una sua preziosa opera, le possibilità di migliorare la produzione delle acquaviti attraverso l’applicazione al pellicano, l’alambicco degli alchimisti medioevali, di una serpentina refrigerante immersa in botte d’acqua. Fu il Rinascimento italiano a portare il liquore all’odierna perfezione sotto il profilo organolettico. Il livello di queste arte in Italia era così avanzato che quando Caterina de’ Medici andò sposa al re di Francia (1533), i rosoli preparati dal suo profumiere raggiunsero la fama in un baleno, ponendo le basi per la nuova professione liquoristica d’Oltralpe. Verso il Seicento, da pratica ristretta all’ambito degli alchimisti, la distillazione passa nelle mani degli artigiani, che impiantano le prime distillerie, e in quelle dei mercanti, che pensano alla distribuzione capillare dei prodotti distillati. La prima di queste attività organizzate si afferma e si sviluppa a Schiedam in Olanda, sull’estuario del Lek, alla periferia di Rotterdam, dove intorno al 1700 operano più di quattrocento distillerie. Gli olandesi distillano frutta, vini, cereali vari e diventano praticamente i primi produttori mondiali di alcol essendo poi dotati di una potente flotta commerciale, lo esportano e lo fanno conoscere in Europa e nel Nuovo Mondo.

Intanto il francese J.C. Cellier Blumenthal brevettava nel 1808 un alambicco di nuova concezione detto “a colonna di distillazione“; nel 1831, lo scozzese Aeneas Coffey realizza un tipo di alambicco continuo, chiamato poi “Coffey still” che ancora oggi è in uso. In questo stesso secolo le bevande alcoliche diventano di uso comune; nelle città europee vengono aperti locali per spettacoli e intrattenimenti in cui sono serviti alimenti e soprattutto bevande, e nelle case delle classi più agiate i “cordiali” e i cognac diventano consumi alla moda. Quando poi, verso la fine del secolo (1875) i vitigni europei furono intaccati da un parassita ( la fillossera) che arrivava dall’America per un decennio venne a mancare il distillato di vino (molto apprezzato in quel periodo) e si conobbero invece altri distillati come il whisky, il calvados e il rum. Il consumo di alcolici ha avuto risvolti sociali negativi dovuti all’uso smodato: è stato infatti fonte di problemi e tensioni sociali, e l’alcolismo è stato -si veda la Gin Lane di Londra- (e in taluni casi è tuttora) una piaga per diverse nazioni.


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Nel tentativo di arginarne il consumo, si aumentarono le imposte, ma in molti casi i provvedimenti ebbero per effetto l’incremento della produzione clandestine come negli Stati Uniti: alla fine della Prima guerra mondiale entrò in vigore la legislazione che vietava la produzione e la vendita di alcolici (il cosiddetto “proibizionismo”) e la produzione divenne clandestina con prodotti scadenti quando non addirittura pericolosi. Il proibizionismo venne infine abrogato nel 1933.


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