La società dei simulacri e la spettacolarità di massa


Nella produzione artistica postmoderna i valori individuali si annullano nella riproduzione in serie e si svuota di senso anche il concetto di “stile”. Al regno della logica e della sostanza, subentrano i simulacri -di cui avevamo parlato in un articolo precedente, ndr.-, delle apparenze, della spettacolarità di massa.

Il Postmoderno designa una condizione culturale in cui tutte le conquiste della modernità sono giunte a saturazione, in cui la realtà si sviluppa attraverso conflitti sparsi e incontrollabili, in cui viene messa in causa ogni logica e ogni coerenza ordinatrice: esso mostra come l’orizzonte attuale sia dominato da una comunicazione vuota, televisiva, informatica, pubblicitaria, basata sul riciclaggio, sulla ripetizione, sullo spostamento di dati già elaborati. E una situazione in cui le forme della cultura di massa si confondono con quelle della cultura alta: i caratteri degli spettacoli più degradati possono coincidere con quelli della più ambiziosa attività artistica e filosofica, che non sembra mirare più alla ricerca del nuovo, ma piuttosto alla ripresa e alla combinazione degli stili del passato, alla citazione e all’interpretazione.

In esso tutto diviene simultaneo: i valori individuali e personali si annullano nella riproduzione in serie di testi, di messaggi, di immagini; si svuota di senso lo stesso concetto di stile. Il dominio assoluto delle immagini e delle registrazioni fa sì che non sia più possibile distinguere l’originale dalla copia, che ogni rapporto sociale si trasformi in uno scambio di simulacri vuoti, che valgono solo in quanto appaiono e i cui contenuti sono assolutamente indifferenti: al regno della logica, a un mondo umano basato sull’idea che ogni fenomeno sia retto da una sostanza profonda, che si debbano cercare verità trasparenti e autentiche, succede così una società dei simulacri (M. Perniola), in cui tutte le cose e le esperienze perdono spessore e sostanza. Dato che ogni momento della vita è dominato dall’apparenza, si può quasi parlare di estetismo di massa, di una spettacolarità diffusa, di una moltiplicazione incessante di sorprese che si confonde con l’indifferenza: una produzione che ha bisogno di rinnovarsi senza soste e che tende ad esibire qualsiasi oggetto come estetico, ad attribuire a ogni prodotto un valore edonistico, una bellezza fittizia e degradata, che seduce per il suo puro apparire.

Molti critici e teorici del postmoderno si abbandonano ad esaltazioni trionfalistiche della nuova realtà, insistono sulla liberazione rappresentata dalla caduta degli antichi valori e degli antichi sistemi di relazione, metafisici e autoritari. Al polo opposto, alcuni visioni apocalittiche non solo puntano il dito sulla perdita del patrimonio del passato, ma mettono in evidenza il nuovo peso che assumono poteri incontrollabili, le nuove situazioni di solitudine, di incomunicabilità, di egoismo, di violenza cieca che si aprono nelle pieghe del nuovo regno dei simulacri. […] Paesi e popoli intrecciano contatti e scambi continui, e tendono a identificarsi nel modello di vita americano, espressione delle possibilità umane […]. Anche in Italia, sulla scia del modello americano, si è affermato il dominio incontrastato delle forme della cultura di massa […]. Scarse e inefficaci appaiono le resistenze di fronte a questa americanizzazione sempre più estesa della vita e della comunicazione quotidiana. […] Gran parte delle forme della cultura di massa si servono della televisione come principale luogo di risonanza, strumento di penetrazione nelle abitudini quotidiane. Molti generi, tecniche, spettacoli basati su arti diverse passano attraverso la televisione, specie i generi narrativi e drammatici […]. Ma anche gli eventi pubblici, le vicende della storia mondiale, la stessa vita politica, vengono trasformati dalla televisione in fatti spettacolari, in cui rivestono grande rilevanza sopratutto i modi di apparire.

Articolo tratto da:

Giulio Ferroni, Ideologie e forme culturali nel tempo del postmoderno. 

Era il 1991.

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