Quelle magiche uve del Duoro


Questa settimana trattiamo di qualcosa che potrebbe venir considerato un ponte di mezzo tra un vino e un liquore vero e proprio. Seppur oggi non molto conosciuto tra i giovani è ottimo per la versatilità con cui si presta ad esser consumato sia liscio sia in miscelazione: Il Porto.

Il Porto è un vino liquoroso che trova i natali nella valle del Duoro in Portogallo –che ricordiamo esser ad oggi patrimonio UNESCO- all’inizio del ‘600.
Ivi infatti i commercianti inglesi, alla ricerca di nuovi mercati vitivinicoli dopo l’ennesima guerra con la vicina Francia, trovarono vendemmie di buona qualità dai tannini dolci e non troppo acidi.
La tratta dal Portogallo all’Inghilterra non favoriva però la tenuta dei vini, che risultarono inoltre ancora troppo poco morbidi per i gusti anglosassoni.
Quest’ultimi ebbero così la felice intuizione di rafforzare questi prodotti con del Brandy, bloccando innanzitutto la fermentazione allo stadio iniziale (mutizzata ossia) al fine di preservare parte del residuo zuccherino che sarebbe stato convertito in alcool dai lieviti. Il tutto grazie all’elevata percentuale alcolica che si aggirava sui 77%: ciò blocco i lieviti nel loro processo, a salvaguardia sia di un gusto più morbido e una tenuta maggiore.

Oggi si annoverano circa 6 tipologie di Porto, di cui le tre più diffuse sono: il Ruby, il Bianco e il Tawny.
Il primo è in assoluto il più commercializzato e consiste in vini rossi invecchiati in grosse botti, quindi di bassa ossidazione per il basso rapporto sup./vol. con il legno, che vantano un color rubino intenso con gusti di frutti rossi e susine ad esempio.
Il secondo ha gusto fruttato e lo stesso processo del primo, ma utilizza esclusivamente uve bianche da come si intuisce.
Degno d’interesse è invece il Tawny, i cui vini rossi sono posti per 2-3 anni in botti grandi per poi esser travasati in piccole botti che favoriscono un’ossidazione più veloce.
Da ciò scaturisce il loro color ambrato e aroma di frutta secca, che si fonde in una complessa armonia dettata dai tannini su note che variano dal tostato al miele, cioccolato o caffè.
Di maggior prestigio e ricercatezza sono invece i seguenti Porto, tra cui:
Il LBV ( Late Bottle Vintage o anno di imbottigliamento tardivo ), caratterizzato da un’invecchiamento dai 4 ai 6 anni, da Ruby rossi di grande qualità.
Il Colheita, prodotto da un’unica vendemmia, invecchiato ben oltre 7 anni.
Eccezionale prodotto di spicco tra tutti è però il Vintage, rigorosamente proveniente da uve di un’unica annata, che viene lasciato prima riposare in botti per 2 anni per poi maturare dai 20 ai 30 anni in bottiglia.


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Vita, morte e miracoli del Dottor Angostura


Sappiamo che la disciplina della mixologist è un mondo fatto di fascino e mistero, di una sapienza alchemica segreta volta alla quintessenza del piacere; e sappiamo come questo fascino si rifletta sia sul prodotto finito -il cocktail-, ma anche sulle materie prime -le stesse bottiglie- che con le loro etichette sono portavoce di conoscenze sommerse, difficilmente riproducibili e per questo in qualche maniera uniche. Il bitter Angostura ne è un grande esempio.

Chi mai, in attesa del proprio cocktail, rimanendo incantato dalla maestria di un bravo barman dietro il suo bancone, non è anche rimasto stregato dal imponenza della bottiglieria alle sue spalle? Una miriade di bottiglie diverse, con nomi esotici o duri, talvolta impronunciabili, di ogni forma e colore, tanto da far rimanere colpito un non-addetto ai lavori per il potenziale impiego di così differenti prodotti. Tra queste bottiglie, all’occhio più esperto, sarà capitato di notare -talvolta alla base di questa bottigliera, talvolta sul bancone stesso- una singolare bottiglietta dal tappo giallo, completamente avvolta in un’etichetta chiaramente troppo grande, scritta con carattere minuscoli e troppo fitti da esser letti se non in mano: è il bitter Angostura. Viene utilizzata a gocce in svariati cocktail quali Old Fashioned, Manhattan, Planter’s Punch, Singapore Sling o John Collins, controbilanciando le componenti più dolci o piatte di questi. Ma cosa racchiude di così prezioso tanto da venir utilizzato a gocce ?

Innanzitutto occorre dire che l’Angostura non si può considerare un amaro. Per amaro in breve si intende un infuso idroalcolico di erbe e spezie con una percentuale di zucchero ridotta rispetto ai liquori, dai sentori netti di aloe, china, genziana, ginger, o sui generis droghe vegetali dal gusto appunto amaro (non l’avresti detto eh?), con un gradazione alcolica non inferiore al 15%. Per bitter però, più nello specifico, occorre andare a vedere nella sua storia, relativamente più recente rispetto a quella degli amari stessi: siamo nel ‘800, ben dopo l’avvento di personalità come Caterina de Medici o di frati benedettini o monaci di Chartreuse. Farmacisti e medici elaborano rimedi ad ampio spettro, coadiuvanti e tonici, composti di erbe segrete e personali al fine di curare qualsiasi indisposizione. A differenza degli amari stessi, i bitter hanno un elevato grado alcolico, solitamente commercializzati in bottigliette da 20cl, fortemente aromatizzate tanto da avere un uso posologico. Johann Gottlieb Benjamin Siegert erano un medico tedesco di origine prussiana, che lasciò la sua patria nel 1820 alla volta del Sud America, al seguito di Simon Bolivar, padre del Venezuela avverso al trono di Spagna. Siegert fu nominato da questo chirurgo generale del ospedale militare di Angostura, città di capitale importanza per il Venezuela perché primo porto per gli snodi commerciali presenti, seppure sorta sulla riva del Orinico, fiume dotato di un angusto ingresso ( da qui il nome, ndr. -mi sento un po’ Capitan Ovvio-). Dopo quattro anni alle prese con soldati e marinai affetti da gravi disturbi ed infezioni intestinali nonché febbri e mal di mare, avendo studiato le erbe e piante tropicali e condotto vari tentativi, il dottore riesce a mettere appunto una miscela ancor’oggi segreta a base di rum ed erbe, tra cui spicca la corteccia (oggi si usa l’estratto, poiché la corteccia era spesso contaminata di Strychnos nux-vomica) di Casparia Febrifuga, con l’aggiunta di spezie come chiodi di garofano, radice di genziana, cardamomo, china ed estratto di scorza di arancia amara.


Dr, Siegert

Cusparia Febrifuga

Il bitter viene detto “Amargo Aromatico“, seppure verrà chiamato da lì a poco propriamente Angostura in virtù del passaparola che ne fecero i marinai che lo imbarcarono sulle navi di tutto il mondo come rimedio medicinale. Siegert nel 1830 commercializza il suo medicinale in Inghilterra, dove la marina inglese, la Royal Navy, inizia a stemperare il suo gusto amaro con un altro rimedio caro agli inglesi per le sue proprietà antisettiche, febbrifughe, toniche e coadiuvanti: il gin Plymouth. Ecco nascere il Pink Gin, cocktail ufficiale della Marina Reale Britannica. Insomma il successo ormai è mondiale, tanto da costringere nel 1850 il dottore a lasciare il suo impiego per dedicarsi a tempo pieno all’enorme richiesta del bitter sino alla sua morte, avvenuta nel 1870.. Vi siete chiesti il perché di un’etichetta così grande per un bottiglia così piccola ? Fu infatti addirittura indetto un concorso per decidere il packing del prodotto, dove due fratelli parteciparono assieme ma lavorando disuniti: uno infatti so occupò della bottiglia, l’altro dell’etichetta, senza preoccuparsi di concordare rispettivamente le dimensioni. Solo quando dovettero presentarsi davanti al giudice di gara si accorsero del madornale errore, che di fatto divenne uno dei suoi grandi punti di forza ed originalità.


Caro mio vecchio Vermouth


Lo troviamo come cuore di innumerevoli cocktail: Martini Dry, Manhattan, Negroni. Un prodotto sinonimo di italianità nel mondo, che dopo una progressivo declino nella seconda metà del ‘900 si sta oggi affermando prepotentemente nell’odierna mixologist internazionale per il suo sapore artigianale, antico, quasi dimenticato. Caro mio vecchio Vermouth, ma da dove provieni ?

Per Vermouth, la legge italiana intende un prodotto composto per il 75% da vino nazionale posto a dolcificazione e aromatizzazione in una soluzione idroalcolica con alcuni elementi botanici, avente come elemento principale l’Arthemisia absinthium (assenzio); se invece predominano elementi quali la Cinchona calisaya (corteccia di china) o la Gentiana lutea (genziana) dovremmo parlare rispettivamente di Vino chinato Americano (il nome di quest’ultimo trova origine nel dialetto piemontese con cui veniva chiamato, appunto “vin amaricà” -vino amaro- per le proprietà astringenti della genziana e delle scorze di arancia amare caratteristiche del prodotto). A seconda del grado alcolico di questa soluzione, il vermouth si divide in tre categorie: bianco, rosso e dry. A dettarne la differenza è per l’appunto il grado di zucchero (tenore zuccherino) e quello alcoolico della soluzione: per i primi due, un tenore non inferiore al 14% e un grado alcolico sopra i 14,5°, mentre per il dry -da come si intuisce dal nome- un tenore non maggiore del 12% e una gradazione minima di 18°. Un errore abbastanza comune in cui si tende a cadere è quello di considerare prodotti assai diffusi quali ad esempio un Martini Rosso o Bianco quali vermouth: questi prodotti odierni infatti non superano i 14,4°, linea di demarcazione tra i vermouth propriamente detti e le bevande a base di vino aromatizzato, ai quali è richiesto di esser composti per almeno la metà da vino, con una percentuale massima del 1,2° di infusione alcolica.


China

Genziana

Assenzio


La storia dei vini aromatizzati si intreccia con la tradizione enologica mediterranea da millenni, trovando la sua prima attestazione nei vini ippocratici, dal nome del padre della medicina moderna, il greco Ippocrate. Non è infatti inusuale scoprire come il mondo dei liquori, degli elixir, del alchimia sui generis trovi le sue ragioni d’essere nella ricerca medica e farmacologica: il medico greco mise infatti a macerare del assenzio e del dittamo cretico nel vino al fine di ricavarne un rimedio coadiuvante e tonico per lo stomaco. La fama di questi vini spazia successivamente fino a Roma, dove vennero particolarmente apprezzati. Con il medioevo -e in particolare prima con l’affacciarsi delle popolazione arabe dopo l’imbarbarimento del ex impero romano occidentale-  il costituirsi di scambi commerciali con l’Oriente favoriranno l’importazione e l’utilizzo di spezie finora sconosciute, quali ad esempio la cannella, la corteccia di china e i chiodi di garofano. Venezia con la sua flotta mercantile porterà poi altre spezie dal Asia e dal Africa, quali il cardamomo, e dalle Antille, come la vaniglia. Ricordiamo inoltre che un forte impulso alla diffusione dei vini ippocratici, attorno circa il XIII secolo, negli ambienti delle università europee fu dato dalla Scuola Medica di Salerno. Lo consacrazione del Vermouth dovrà però attendere la fine del XVIII secolo, con la venuta di un certo Antonio Benedetto Carpano nella Torino risorgimentale. Qui, grazie alla presenza di ottime uve moscate, si sperimentava la lavorazione tramite macerazione e distillazione dei loro vini bianchi per renderli più morbidi al palato. Nel 1786, Antonio macera oltre 30 elementi botanici in un’infusione di vino bianco ed alcol: il successo del prodotto è strabiliante, tanto da costringere la sua bottega a restare aperta giorno e notte. Probabilmente fu scelto il nome tedesco del termine assenzio maggiore, Wermut, come omaggio di Carpano, uomo di nota cultura, verso le figura del contemporaneo Goethe.

Oggi, grazie anche all’acquisizione del marchio Carpano -dopo anni travagliati- da parte della ditta Fratelli Branca, abbiamo assistito al felice rilancio della ricetta originale della casa: è l’Antica Formula, accompagnato dalla recente uscita del nuovo Carpano Dry, testimonianze di come questi prodotti siano sempre più impiegati con vivo interesse nella moderna miscelazione. D’altronde il motto di casa Branca è proprio Novare Serbando e come dargli torto con questa scommessa vincente?  



Breve storia della distillazione

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Furono i potenti sacerdoti delle civiltà egiziane e mesopotamiche, uomini sapienti, da sempre intenti a ricavare dalla natura prodigi per stupire i popoli e mantenere il loro potere, i primi ad imparare ad estrarre dai vegetali, le essenze aromatiche capaci di produrre piacere per la psiche e singolari benefici per il corpo. Ma il primo nome a giungere fino a noi è quello di un medico greco, Galena, nato a Pergamo nel 129 d.C., così abile nello sfruttare le sostanze naturali per la cura delle malattie, che ancor oggi il suo nome si usa per indicare le preparazioni di farmacia. Agli Arabi dobbiamo la messa punto dell’alambicco, utilizzato per ottenere essenze e profumi, anche se in raffigurazioni risalenti a ben 18 secoli prima di Cristo, in Mesopotamia, è testimoniato l’uso di un alambicco semplice. In greco ambix significa “vaso tronco di forma conica munito di un becco“, ed è la parola da cui deriva quella araba al-ambig e la nostra “alambicco“; anche il termine “alcol” deriva dall’arabo al-basai. In Europa durante il periodo medievale la ricerca proseguì grazie alla fervida e continua ricerca dei monaci delle abbazie e dei monasteri. Ancora oggi infatti ci sono prodotti come birre, amari, liquori, ecc. che vantano origini e tradizioni legate a luoghi di culto. Il motivo di tale riferimento è semplice: in quei periodi di carestie e veloci cambiamenti sociali, gli unici che potevano dedicarsi allo studio e alla ricerca erano gli uomini di fede, che nei terreni protetti dei monasteri potevano coltivare orti e vigneti, perfezionare le tecniche di vinificazione, studiare le proprietà medicinali delle erbe e sperimentare le tecniche della distillazione.

Il liquido ottenuto con questo processo fu chiamato con termine latino, aqua vitae, oppure eau de vie in francese; fu definito per la prima volta “acqua di vita ”, dal medico personale del papa Bonifacio VIII. L’espressione denotava chiaramente la fiducia riposta nei poteri mumaturgici di questo preparato e la convinzione che esso possedesse delle proprietà terapeutiche. Spetta alla Scuola salernitana, in epoca medievale, l’atto di nascita ufficiale delle acquaviti: è allora che furono codificate le regole per ottenere prodotti ad una discreta concentrazione alcolica, usati anche nella farmacologia del tempo.


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La Scuola salernitana scoprì infatti che le acquaviti erano anche ottimi solventi superiori, e imparò così a produrre delle medicine stabili nel tempo che oggi possiamo definire vere e proprie progenitrici dei liquori. Intorno alla metà del XIII secolo il fiorentino Taddeo Alderotti rivelò, in una sua preziosa opera, le possibilità di migliorare la produzione delle acquaviti attraverso l’applicazione al pellicano, l’alambicco degli alchimisti medioevali, di una serpentina refrigerante immersa in botte d’acqua. Fu il Rinascimento italiano a portare il liquore all’odierna perfezione sotto il profilo organolettico. Il livello di queste arte in Italia era così avanzato che quando Caterina de’ Medici andò sposa al re di Francia (1533), i rosoli preparati dal suo profumiere raggiunsero la fama in un baleno, ponendo le basi per la nuova professione liquoristica d’Oltralpe. Verso il Seicento, da pratica ristretta all’ambito degli alchimisti, la distillazione passa nelle mani degli artigiani, che impiantano le prime distillerie, e in quelle dei mercanti, che pensano alla distribuzione capillare dei prodotti distillati. La prima di queste attività organizzate si afferma e si sviluppa a Schiedam in Olanda, sull’estuario del Lek, alla periferia di Rotterdam, dove intorno al 1700 operano più di quattrocento distillerie. Gli olandesi distillano frutta, vini, cereali vari e diventano praticamente i primi produttori mondiali di alcol essendo poi dotati di una potente flotta commerciale, lo esportano e lo fanno conoscere in Europa e nel Nuovo Mondo.

Intanto il francese J.C. Cellier Blumenthal brevettava nel 1808 un alambicco di nuova concezione detto “a colonna di distillazione“; nel 1831, lo scozzese Aeneas Coffey realizza un tipo di alambicco continuo, chiamato poi “Coffey still” che ancora oggi è in uso. In questo stesso secolo le bevande alcoliche diventano di uso comune; nelle città europee vengono aperti locali per spettacoli e intrattenimenti in cui sono serviti alimenti e soprattutto bevande, e nelle case delle classi più agiate i “cordiali” e i cognac diventano consumi alla moda. Quando poi, verso la fine del secolo (1875) i vitigni europei furono intaccati da un parassita ( la fillossera) che arrivava dall’America per un decennio venne a mancare il distillato di vino (molto apprezzato in quel periodo) e si conobbero invece altri distillati come il whisky, il calvados e il rum. Il consumo di alcolici ha avuto risvolti sociali negativi dovuti all’uso smodato: è stato infatti fonte di problemi e tensioni sociali, e l’alcolismo è stato -si veda la Gin Lane di Londra- (e in taluni casi è tuttora) una piaga per diverse nazioni.


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Nel tentativo di arginarne il consumo, si aumentarono le imposte, ma in molti casi i provvedimenti ebbero per effetto l’incremento della produzione clandestine come negli Stati Uniti: alla fine della Prima guerra mondiale entrò in vigore la legislazione che vietava la produzione e la vendita di alcolici (il cosiddetto “proibizionismo”) e la produzione divenne clandestina con prodotti scadenti quando non addirittura pericolosi. Il proibizionismo venne infine abrogato nel 1933.


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Mille volte Mai Tai


Non ci si può far niente. Certi cocktail, come ogni leggenda degna di tal nome, si ritrovano avvolti in un alone di mistero che nasconde la loro storia, li veste di una moltitudine di versioni e derivati, partorendo inevitabilmente un senso di fascino unico. Dry Martini, Americano, Manhattan, Daiquiri, Cuba Libre, Mint Julep, Sidecar, Singapore Sling e chi più ne ha più ne metta. Un posto di prim’ordine è senz’altro quello occupato da un cocktail che ha segnato l’avvento di un’era: il Mai Tai.

Già il nome in lingua thaitiana evoca la sua bontà, significando appunto “il migliore” se tradotto. “Mai Tai roa ae”è divino, è il migliore– ecco infatti cosa esclamarono i due ospiti tahaitiani quando un certo Trader Vic’s gli servì nel suo locale ad Oakland, California, un cocktail a base di Rum Wray&Nephew invecchiato ben 17 anni -un overproof, quindi con un gradazione alcolica oltre i 40°, per la precisione 63°-, orzata francese, un suo preparato di sciroppo di zucchero, orange curacao olandese e del succo di lime, servito ben shakerato con ghiaccio tritato, con un ciuffo di menta e un trancio d’ananas come guarnizione al bicchiere. Questo è il 1944. In seguito Trader Vic’s sostituì il rum overproof, ormai difficilmente reperibile per la crescente domanda del cocktail che era intanto anche sbarcato nel 1953 alle Hawaii nel suo nuovo locale. Codificò la ricetta con la stessa dose di 6cl composta per una metà da rum Wray&Nephew 15y e per l’altra da rum Coruba o giamaicano, in modo da non alterare troppo il sapore pungente del rum originale, di medio corpo e con un sorprendente color ambrato.


Trader Vic’s


Codificato per l’appunto perché negli anni ’50 imperviò la cosiddetta “Mai Tai Battle”, che vedeva due fronti opposti rivendicarsi la paternità del drink: uno era quello qui sopra descritto del signor Trader Vic’s, l’altro quello di Don the Beachcomber, il guru -o letteralmente il vagabondo- polinesiano della Tiki Era. Era da poco finita la seconda guerra mondiale, i soldati americani tornavano in un patria dove per il proibizionismo  le importazioni  illecite di rum dilagarono nei locali come moda di consumo, anche dopo il 1933, anno dell’abolizione. E come ogni prodotto di contrabbando, la qualità del prodotto non era di certo un vanto per i trafficanti ( sopratutto gangster), necessitando quindi di esser miscelata a succhi per smorzarla. Tornavano dal Oceano Pacifico, dalle isole della Polinesia Francese, dalle Hawaii, restando ammaliati dal fascino che quelle culture così remote avevano avuto sulle loro grigie uniformi.

Don the Beachcomber, fu il primo a saper cogliere questa febbre tropicale dando il via alla suddetta Tiki Era, aprendo il primo dei suoi 16 ristoranti a tema nel 1933. Qui iniziò a servire Rum, Rhum, Ron (scuola inglese, francese e spagnola ndr.) proveniente dal golfo caraibico, miscelandolo in sciroppi e bitter segreti di sua creazione, succo di lime e succhi d’arancia o ananas. Il Beachcomber’s Gold è infatti il primo cocktail che portò alla ribalta la suggestiva complessità e bizzarria tipica dei drink del Don, bizzarria che si ritrova nella guarnizione di una conchiglia lucida posta sul bicchiere stesso. Di stessa famiglia fu il QB Cooler, cocktail che l’amico-nemico Trader Vic’s era solito bere da Don Beachcomber: questo fu il capo d’accusa per rivendicare la paternità di Don sul Mai Tai, insistendo sul fatto che Vic avrebbe preso come evidente riferimento questo suo drink abitudinario. Guardando però nei particolari, risulta chiaro che tutta questa diatriba non fu nient’altro che un tentativo pubblicitario per rivendicare il predominio Tiki di Don, minacciato dal successo inarrestabile del collega.


Don The Beachcomber


La risposta non si attardò a venire con la proposta difatti del Mai Tai Swizzle, variante presentata da Don sulle carte dei suoi menù: aggiunse alla ricetta alcune gocce di Pernod, succo di pompelmo, un preparato detto Falernum e due tipologie di rum, uno nero giamaicano ed un ambrato cubano. Nel 2002 l’ultima moglie di Don, Pheobe Beach, portò alla luce un inedito compendio di ricette del marito che testimoniarono la creazione del Mai Tai Swizzle nel 1933. Ma era appunto inedito, quindi mai pubblicato sui menu dei suoi ristoranti perché contenente drink reputati non adatti ai gusti dei clienti, ecco perché Trader Vic’s riuscì a registrare la ricetta, ponendovi così accanto il suo nome; difese sempre con fervore la propria paternità, arrivando a svelarne persino gli ingredienti. Comunque sia, seppure entrambi i protagonisti siano morti, il mistero non cesserà mai d’esistere, lasciando a noi come unica certezza la bontà divina di questo cocktail.

 

(R)iniziamo

Logo Ufficiale Under the Sunset


Ok, ripartiamo pure. Si beh, perché ancor prima di presentarci dovremmo tenervi presente che l’Under the Sunset è un progettino che nasce circa più di un anno fa. Un “progettino” nato in un garage buio e tetro, che si è visto gradualmente riempire di sempre nuovi volti. Insieme alla venuta dei vari personaggi che hanno contribuito a creare quel clima sempre più familiare, il garage si è strutturato nella sua fisionomia volutamente kitsch, racimolando poltrone, tappeti, tavole da surf, maiali motorizzati a dondolo o corna di vacca (eh?): accogliendo ossia i più svariati elementi dai più svariati luoghi nelle più svariate contingenze. Occorre subito fare però un chiarimento: UtS è un progetto, non un garage. Tipo l’estate per le quindicenni in tempesta ormonale, l’UtS è uno stato mentale: non ha una vera e propria contingenza, ma sappiamo solo indicarvi che le sue principali forme sono il voler star bene assieme e la curiosità verso il fantasmagorico mondo dei Cocktails.

Si perché fondamentalmente è di questo che si parla. In un mondo che si dice vada sempre più veloce, che richieda l’appiattimento del passato e del futuro in un eterno presente senza memoria continuando a proclamare l’eccezionalità -e la conseguente inflazione- di ogni qualsivoglia evento, un mondo che richieda di esser sempre più connessi, in sintonia con i suoi ritmi frenetici, noi siamo quelli che frenano e si mettono da parte. Non siamo gli alternativi, gli eccezionali o gli elitari, non abbiamo bisogno di etichette: sarete voi a darcene se proprio non potrete farne a meno. Siamo solo curiosi, ve lo ripeto. Nella moda odierna vigono imperativi che banalizzano il gusto correlandolo a scelte di convenienza, o forse solo ignoranza, che vedono il bere come un prodotto di consumo (maledetti aperitivi con buffet) o ancor peggio di mal costume; il bere è per noi un piacere, un gusto personale. Personale è però un aggettivo che richiede innanzitutto una scoperta ed una scelta, insomma una selezione conseguente a varie sperimentazioni. Ricordiamo a proposito -a scanso di equivoci verso scarsa responsabilità-  l’unico nostro imperativo di un grande barman passato, Angelo Zola:

“Bere Miscelato è Bere Moderato”

C’è un mondo sommerso dietro i banconi, nascosto tra le bottiglie e gli shaker, che riguarda direttamente noi, il nostro modo di intendere la convivialità. Un mondo che intreccia la pubblica relazione (il parlare al barista è la prima forma di psicoanalisi che la vita della metropoli ricordi) alla stregoneria, diretto figlio della divinatoria attività alchemica. La segreta chiave per trasmutare il piombo in oro o  meglio alcool, zucchero, spezie ed aromi in elisir di felicità. L’etimo di Cocktail è incerto, però c’è chi lo riconduce alla vicenda di un certo Betsy Flanagan, che nella sua taverna americana mesceva whiskey e gin, di bassa qualità presumibilmente, con succhi di frutta. Queste pozioni si meritarono il nome di “coda di gallo”, in virtù dell’ampia gamma di colori proposta. Un mondo colorato e sfavillante.

Ecco spiegato il perché del nostro logo con un bicchiere Martini e due chiavi inglesi, per chiunque se lo fosse chiesto: Under the Sunset unisce la raffinatezza al rozzo, il serio al faceto, l’UtS è un officina, una bottega d’artigiano, un laboratorio di ricerca del gusto. Perché questo nome ? Perché oltre a nascere in un garage sottoterra, ritrovo da late night stuff, noi siamo fuori dalle ultime luci della ribalta , siamo quelli che si muovono nascosti in quel crepuscolo per anticipare e magari riscoprire ciò che è stato già detto, ma già dimenticato.

Questa è la nostra avventura, la nostra ricerca senza tempo.

Pronti a (ri)partire?