La fabbrica del Consenso


Se ieri sera ci siamo giustamente presentati indignati, in linea con i sentimenti di tutti, verso ciò che è successo nella sede del Charlie Hebdo, stasera rimaniamo allibiti. Non per quanto accaduto ieri, non perché in Nigeria i miliziani integralisti di Boko Haram hanno ucciso oggi più di 2.000 vite umane nella città di Baqa, ormai completamente distrutta; siamo allibiti perché con un meccanismo ormai ben troppo oliato, i mass media italiani hanno minimizzato se non oscurato quanto alimentando quella spirale di isteria verso ciò che si rende necessario far sapere: la minaccia del Isis al Occidente; quella generica, informe Crisi economica; le capricciose richieste dell’Europa.

La Cisgiordania e il genocidio dei Curdi, gli Armeni, Israele e il fosforo bianco in Palestina, la ex-Jugoslavia, la guerra coloniale in Angola e Mozambico, il Darfur, i conflitti in Congo, il dissodamento del Vietnam, Suharto in Indonesia, il genocidio in Timor Est, il genocidio in Cambogia, il genocidio in Ruanda tra Hutu e i Tutsi, il conflitto russo in Ucraina.

Quanto pesa per noi questo fardello (che potrebbe arricchirsi di molti altri eventi) che stentiamo a conoscere, di cui sappiamo poco e niente? Allibiti perché sono eventi che ancor’oggi si perpetuano e di cui nessuno ne parla. Noam Chomsky ben chiarisce perché sia meglio non parlarne.


“Non c’è nessuna preoccupazione da parte del mondo occidentale per le questioni di aggressione, atrocità, abusi sui diritti umani e così via, se c’è un profitto facile.”


“Voglio dire, questo è il modo, oltre la semplice dimostrazione, in cui i media si asserviscono al potere. Intendo dire, che in questo caso hanno una reale complicità nel genocidio. La ragione per cui le atrocità sono andate avanti è perché nessuno sapeva quel che succedeva. Se chiunque avesse saputo i fatti, ci sarebbero state proteste e pressioni per fermarli. Pertanto, sopprimendo i fatti i media hanno dato il contributo maggiore..” Noam Chomsky riguardo al genocidio del Timor.

Un ultimo monito. Un luogo comune che per quanto banale sia, altrettanto si rivela profondo, è ciò che dovremmo sempre tenere a mente: la conoscenza è potere.

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#JESUISCHARLIE

Diciamolo brevemente, certe cose ci fanno incazzare. Al di là di una legittima isteria di massa, volta a difendere sacrosanti diritti di ogni umano quali la Libertà d’espressione, oggi terribilmente macchiata; al di là delle opinioni dei media e dei politici che caricheranno il nome di una religione, vittima a più riprese di caricature e omissioni, come sempre più aliena e ostile; oggi, in quella Parigi a perderci in realtà non sono stati ne francesi ne islamici, ma esseri umani.

L’ironia è la più viva forma d’intelligenza.

The importance of being ideal

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Contestualizzare ciò che è, per sua natura, astratto, è utopia. Come se volessimo realizzare un’idea senza che questa passi in un primo momento attraverso il nostro campo sensoriale, sottoposta ad un’attenta supervisione.

Non sto parlando di chissà quale formula matematica, né andrò ad illustrarvi le mie perplessità riguardo certi cliché che anche solo scrivendo qualche riga andiamo a incontrare.
Vorrei invece ragionare su come la moda, intesa come vero e proprio strumento comunicativo, abbia totalmente perso il suo diretto significato, e su come la sua diffusione più spicciola, oggi, non necessiti di alcuno studio.

Quindi, se oggi i fashion blogger sono religione, noi vi portiamo indietro negli anni ’30, e senza darvi consigli vi proponiamo del materiale interessante.


Siamo a Berlino, e vivere i Golden Twenties vuol dire vivere l’estetica.
Il binomio Eden Hotel – Excelsior Hotel rappresentava qualcosa in più di un punto d’incontro per le personalità dedite alla moda del tempo, e le sale da bar erano importanti luoghi di aggregazione.
Tra questi signori c’è Baron Von Eelking, e fu proprio lui a prendersi la briga di dare voce a quel grande movimento, fondando il Der Modediktator, definito – The Magazine For The Well-Dressed Gentlemen And All Of His Suppliers.
A questi seguì, un anno dopo, l’apertura del primo Fashion Council al mondo, emulato poi in Italia, Regno Unito e Francia.

Ben presto però Von Eelking dovette ampliare la veduta del – Dittatore alla Moda – a qualcosa di più esteso.
Certo era che i lettori non fossero interessati solamente alla Fashion Scene, in fondo la cultura ed in generale il cosiddetto Fine Living rappresentavano i temi centrali di quegli anni.
Ecco allora che vide la luce il Herrenjournal, adesso – Magazine for Fashion, Society And The Pleasant Things in Life.
Arte, letteratura, società, e politica ai tempi del regime. Il prodotto di Van Eelking si era evoluto.
La guerra ne interruppe l’attività per qualche tempo, ma nei primi anni ’50 i dibattiti modaioli si ritagliarono un nuovo spazio, ed ancora una volta Herrenjournal rappresentò una costante; di fatto ancora oggi il – longest lasting men’s fashion magazine – teutonico.

Questa è l’acqua

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Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: «Salve, ragazzi. Com’è l’acqua?». I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: «Che cavolo è l’acqua?».
Negli Stati Uniti un discorso per il conferimento delle lauree non può prescindere dall’impiego di storielle d’impianto parabolico a scopo didascalico. Tra le convenzioni imposte dal genere, questa storiella è una delle migliori e con meno fronzoli… ma non temete: non sono qui nella veste del pesce anziano e saggio che spiega cos’è l’acqua ai pesci più giovani. Non io sono l’anziano pesce saggio. Il succo della storiella dei pesci è semplicemente che le realtà più ovvie, onnipresenti e importanti sono spesso le più difficili da capire e da discutere. Detta così sembrerà una banalità bella e buona, ma il fatto è che nelle trincee quotidiane dell’esistenza da adulti le banalità belle e buone possono diventare questione di vita o di morte, ed è su questo che vorrei soffermarmi in questa splendida mattinata tersa.
Certo, un discorso come questo presuppone che vi parli in primo luogo del significato della vostra cultura umanistica, che cerchi di spiegarvi perché la laurea che state per prendere ha un effettivo valore umano e non solo un tornaconto materiale. Vediamo perciò di affrontare il cliché in assoluto più diffuso in questo genere di discorsi, e cioè che scopo di una cultura umanistica non è tanto rimpinzarvi di erudizione quanto «insegnarvi a pensare». Se siete come ero io ai tempi dell’università, sentirvi dire una cosa del genere non vi sarà mai piaciuto, e anzi troverete un po’ offensivo che qualcuno pretenda di insegnarvi a come si pensa, visto che il solo fatto di essere entrati in un’università così prestigiosa dimostra che ne siete capaci. Ma partirò dal presupposto che il cliché degli studi umanistici non ha niente di offensivo, perché la vera, fondamentale educazione a pensare che dovremmo ricevere in un luogo come questo non riguarda tanto la capacità di pensare, quanto semmai la facoltà di scegliere a cosa pensare. Se la vostra totale libertà di scegliere a cosa pensare sembra fin troppo ovvia per sprecare il fiato a parlarne, vi chiederei di pensare ai pesci e all’acqua mettendo da parte, solo per qualche istante, ogni scetticismo sul valore delle perfette ovvietà.
Eccovi un’altra storiella didascalica. Ci sono due tizi seduti a un bar nel cuore selvaggio dell’Alaska. Uno è credente, l’altro è ateo, e stanno discutendo l’esistenza di Dio con quella foga tutta speciale che viene fuori dopo la quarta birra. L’ateo dice: «Guarda che ho le mie buone ragioni per non credere in Dio. Ne so qualcosa anch’io di Dio e della preghiera. Appena un mese fa mi sono lasciato sorprendere da quella spaventosa tormenta di neve lontano dall’accampamento, non vedevo niente, non sapevo più dov’ero, c’erano quarantacinque gradi sottozero e così ho fatto un tentativo: mi sono inginocchiato nella neve e ho urlato: “Dio, sempre ammesso che Tu esista, mi sono perso nella tormenta e morirò se non mi aiuti!”». A quel punto il credente guarda l’ateo confuso: «Allora non hai più scuse per non credere – dice -, sei qui vivo e vegeto». L’ateo sbuffa come se il credente fosse uno scemo integrale: «Non è successo un bel niente, a parte il fatto che due eschimesi di passaggio mi hanno indicato la strada per l’accampamento».
È facile analizzare questa storiella secondo i criteri classici delle scienze umanistiche: la stessa identica esperienza può significare due cose completamente diverse per due persone diverse che abbiano due diverse impostazioni ideologiche e due diversi modi di attribuire un significato all’esperienza. Siccome diamo grande valore alla tolleranza e alla diversità ideologica, la nostra analisi di stampo umanistico non ci consente nel modo più assoluto di dire che l’interpretazione dell’uno è vera e quella dell’altro è falsa o disdicevole. Il che va benissimo, solo che così facendo trascuriamo puntualmente l’origine di tali impostazioni e credenze individuali, la loro origine, cioè, all’interno di quei due tizi. Quasi che l’orientamento di fondo di una persona rispetto al mondo e al significato della sua esperienza fosse cablato in automatico, come l’altezza o il numero di scarpa, o assorbito dalla cultura come la lingua. Quasi che il nostro modo di attribuire un significato non fosse questione di scelta personale e deliberata, di decisione consapevole.
C’è poi la questione dell’arroganza. Il non credente liquida con estrema petulanza e sicumera l’eventualità che gli eschimesi avessero qualcosa a che fare con la preghiera di aiuto. D’altro canto i credenti che mostrano un’arrogante sicurezza nelle loro interpretazioni non si contano nemmeno. E forse sono anche peggio degli atei, almeno per la maggior parte di noi qui riuniti, ma il fatto è che il problema dei dogmatici religiosi è identico a quello dell’ateo della storiella: arroganza, convinzione cieca, una ristrettezza di idee che si traduce in una prigionia completa al punto che il prigioniero non sa nemmeno di essere sotto chiave. Il punto secondo me è che il mantra delle scienze umanistiche – «insegnami a pensare» – in parte dovrebbe significare proprio questo: essere appena un po’ meno arrogante, avere un minimo di «consapevolezza critica» riguardo a me stesso e alle mie certezze… perché un’enorme percentuale delle cose di cui tendo a essere automaticamente certo risultano, a ben vedere, del tutto erronee e illusorie. Io l’ho imparato a mie spese e altrettanto, ho il sospeso, toccherà a voi.
Ecco un esempio dell’erroneità assoluta di una cosa di cui tendo a essere automaticamente certo. Tutto nella mia esperienza diretta corrobora la convinzione profonda che io sono il centro esatto dell’universo, la persona più reale, concreta e importante che esista. Affrontiamo raramente questa forma di naturale e basilare egocentrismo perché socialmente parlando è disgustosa anche se, sotto sotto, ci accomuna tutti. È la nostra modalità predefinita, inserita nei circuiti fin dalla nascita. Pensateci: non avete vissuto una sola esperienza che non vi vedesse al suo centro esatto. Per voi il mondo è una cosa che vi sta davanti o dietro, a sinistra o a destra, sullo schermo del televisore o su quello del computer. I pensieri e i sentimenti degli altri devono esservi comunque comunicati, i vostri invece sono così vicini, pressanti, reali. Insomma, ci siamo capiti. Ma state tranquilli, non mi preparo a tenervi una predica sulla compassione, l’eterodirezione o tutte le altre cosiddette «virtù». Non è questione di virtù quanto della scelta di impegnarmi a modificare o a tenere a freno la mia naturale modalità predefinita, che è per forza di cose profondamente e letteralmente egocentrica, e vede e interpreta tutto attraverso la lente dell’io. Le persone capaci di adattare a tal punto la loro modalità predefinita sono spesso considerate l’esatto opposto dei «disadattati», termine che, vi posso assicurare, non ha niente di casuale.
Dato il contesto accademico è naturale domandarsi fino a che punto questo adattamento della modalità predefinita coinvolga il sapere o l’intelletto. La risposta, com’è prevedibile, è che dipende da che cosa intendiamo con sapere. La conseguenza forse più pericolosa di una cultura accademica, almeno nel mio caso, è che legittima la mia tendenza a essere cerebrale, a perdermi nelle astrazioni anziché prestare semplicemente attenzione a quello che mi succede davanti agli occhi. Anziché prestare attenzione a quello che mi succede dentro. Sono sicuro che ormai sapremo quanto sia difficile tenere alta la soglia di attenzione e non farsi ipnotizzare dall’ininterrotto monologo che si svolge dentro la testa. Quello che ancora non sapete è quanto sia alta la posta in gioco.
Sono passati vent’anni da quando mi sono laureto e nel frattempo ho capito poco alla volta che il cliché secondo il quale le scienze umanistiche «insegnano a pensare» in realtà sintetizza una verità molto profonda e importante. «Imparare a pensare» di fatto significa imparare a esercitare un certo controllo su come e su cosa pensare. Significa avere quel minimo di consapevolezza che permette di scegliere a cosa prestare attenzione e di scegliere come attribuire un significato all’esperienza. Perché se non sapete o non volete esercitare questo tipo di scelta nella vita da adulti, sarete fregati. Un vecchio cliché vuole che la mente sia un ottimo servo ma un pessimo padrone. Questo, come molti altri cliché in apparenza fiacchi e banali, in realtà esprime una grande, terribile verità. Non è certo un caso che gli adulti che si suicidano con armi da fuoco si sparino quasi sempre… alla testa. E la verità è che erano quasi tutti già morti da un pezzo quando hanno premuto il grilletto. E date retta a me, il valore reale e schietto della vostra cultura umanistica dovrebbe essere proprio questo: impedire di trascorrere la vostra comoda vita da adulti da morti, inconsapevoli, schiavi della vostra testa e della vostra naturale modalità predefinita che vi impone una solitudine unica, completa e imperiale giorno dopo giorno.
Potrà sembrare un’iperbole, o un’astrazione priva di senso. Perciò mettiamola sul piano pratico. Il fatto è che voi laureandi non avete ancora ben chiaro cosa significhi realmente «giorno dopo giorno». Ci sono interi aspetti della vita americana da adulti che vengono bellamente ignorati da chi tiene discorsi come questo. I genitori e i professori di una certa età qui presenti sanno benissimo a cosa mi riferisco. Mettiamo, per dire, che sia una normale giornata nella vostra vita da adulti: la mattina vi alzate, andare al vostro impegnativo lavoro impiegatizio da laureati, sgobbate per nove o dieci ore e alla fine della giornata siete stanchi, siete stressati e volete solo tornare a casa, fare una bella cenetta, magari rilassarvi un paio d’ore e poi andare a letto presto perché il giorno dopo dovete alzarvi e ripartire daccapo. Ma a quel punto vi ricordate che a casa non c’è niente da mangiare – questa settimana il vostro lavoro impegnativo vi ha impedito di fare la spesa – e così dopo il lavoro vi tocca prendere la macchia e andare al supermercato. A quell’ora escono tutti dal lavoro, c’è un traffico mostruoso e il tragitto richiede molto più del necessario e, quando finalmente arrivate, scoprite che il supermercato è strapieno di gente perché a quell’ora tutti gli altri che come voi lavorano cercano di ficcarsi nei negozi di alimentari, e il supermercato è orribile, illuminato al neon e pervaso da quelle musichette e canzoncine capaci solo di abbrutire, e voi dareste qualsiasi cosa per non essere lì, ma non potete limitarvi a entrare e uscire; vi tocca girare tutti i reparti enormi, iperilluminati e caotici per trovare quello che vi serve, manovrare il carrello scassato in mezzo a tutte le altre persone stanche e trafelate col carrello, e ovviamente ci sono i vecchi di una lentezza glaciale, gli strafatti e i bambini iperattivi che bloccano la corsia e a voi tocca stringere i denti e sforzarvi di chiedere permesso in tono gentile ma poi, quando finalmente avete tutto l’occorrente per la cena, scoprite che non ci sono abbastanza casse aperte anche se è l’ora di punta, e dovete fare una fila chilometrica, il che è assurdo e vi manda in bestia, ma non potete prendervela con la cassiera isterica, oberata com’è quotidianamente da un lavoro così noioso e insensato che tutti noi qui riuniti in questa prestigiosa università nemmeno ce lo immaginiamo… fatto sta che finalmente arriva il vostro turno alla cassa, pagate il vostro cibo, aspettate che una macchinetta autentichi il vostro assegno o la vostra carta di credito e vi sentite augurare «buona giornata» con una voce che è esattamente la voce della morte dopodiché mettete quelle raccapriccianti buste di plastica sottilissima nell’esasperante carrello dalla ruota che tira a sinistra, attraversate tutto il parcheggio intasato, pieno di buche e di rifiuti, e cercate di caricare la spesa in macchina in modo che non esca dalle buste rotolando per tutto il bagagliaio lungo il tragitto, in mezzo al traffico lento, congestionato, strapieno di Suv dell’ora di punta, eccetera, eccetera. Ci siamo passati tutti, certo: ma non rientra ancora nella routine di voi laureati, giorno dopo settimana dopo mese dopo anno. Però finirà col rientrarci, insieme a tane altre squallide, fastidiose routine apparentemente inutili.
Ma non è questo il punto. Il punto è che la scelta entra in gioco proprio nelle boiate frustranti e di poco conto come questa. Perché il traffico congestionato, i reparti affollati e le lunghe file alla cassa mi danno il tempo per pensare, e se non decido consapevolmente come pensare e a cosa prestare attenzione, sarò incazzato e giù di corda ogni volta che mi tocca fare la spesa, perché la mia modalità predefinita naturale dà per scontato che situazioni come questa contemplino davvero esclusivamente me. La mia fame, la mia stanchezza, il mio desiderio di tornare a casa, e avrò la netta impressione che tutti gli altri mi intralcino. E chi sono tutti questi che mi intralciano? Guardali là, fanno quasi tutti schifo mentre se ne stanno in fila alla cassa come tanti stupidi pecoroni con l’occhio smorto e niente di umano; e che odiosi poi quei cafoni che parlano forte al cellulare in mezzo alla fila. Certo che è proprio un’ingiustizia: ho sgobbato tutto il santo giorno, muoio di fame, sono stanco e non posso nemmeno andare a casa a mangiare un boccone e a distendermi un po’ per colpa di tutte queste stupide, stramaledette “persone”. Oppure, se gli studi umanistici fanno propendere la mia modalità predefinita verso una maggiore coscienza sociale, posso trascorrere il tempo imbottigliato nel traffico di fine giornata a inorridire per tutti gli enormi, stupidi Suv, Hummer e pickup con motore da 12 valvole che bloccano la corsi bruciando tutti e centottanta i litri di benzina che hanno in quei loro serbatoi spreconi e egoisti, possono riflettere sul fatto che gli adesivi patriottici o religiosi sembrano sempre appiccicati sui veicoli più grossi e schifosamente egoisti, guidati dagli autisti più osceni, spericolati e aggressivi, che di norma parlano al cellulare mentre ti tagliano la strada per guadagnare sei stupidi metri nel traffico congestionato, e posso pensare che i figli dei nostri figli ci disprezzeranno per aver sperperato tutto il carburante del futuro, mandando in malora il clima, a quanto siamo viziati, stupidi, egoisti e ripugnanti, e a come fa tutto veramente schifo e chi più ne ha più ne metta…
Guardate che se scegliete di pensarla così non c’è niente di male, lo facciamo in tanti, solo che pensarla così diventa talmente facile e automatico che non richiede una scelta. Pensarla così è la mia modalità predefinita naturale. È il modo automatico e inconsapevole di affrontare le prati noiose, frustranti e caotiche della mia vita da adulto quando agisco in base alla convinzione automatica e inconsapevole che sono io il centro del mondo, e che sono le mie sensazioni e i miei bisogni immediati a stabilire l’ordine di importanza delle cose. Il fatto è che in frangenti come questo si può pensare in tanti modi diversi. Nel traffico, con tutti i veicoli che mi si piazzano davanti e mi intralciano, non è da eludere che a bordo dei Suv ci sia qualcuno che in passato ha avuto uno spaventoso incidente e ora ha un tale terrore di guidare che il suo analista gli ha ordinato di farsi un Suv mastodontico per sentirsi più sicuro alla guida; o al volante dell’Hummer che mi ha appena tagliato la strada ci sia un padre che cerca di portare di corsa in ospedale il figlioletto ferito o malato che gli siede accanto, e la sua fretta è maggiore e più legittima della mia: anzi, sono io a intralciarlo. Oppure posso scegliere di prendere mio malgrado in considerazione l’eventualità che tutti gli altri in fila alla cassa del supermercato siano annoiati e frustrati almeno quanto me, e che qualcuno magari abbia una vita nel complesso più difficile, tediosa e sofferta della mia. Vi prego ancora una volta di non pensare che voglia darvi dei consigli morali, o che vi stia dicendo che «dovreste» pensarla così, o che qualcuno si aspetta che lo facciate automaticamente, perché è difficile, richieda forza di volontà e impegno mentale e, se siete come me, certi giorni non ci riuscirete proprio, o semplicemente non ne avrete nessuna voglia. Ma quasi tutti gli altri giorni, se siete abbastanza consapevoli da offrirvi una scelta, poterete scegliere di guardate in modo diverso quella signora grassa con l’occhio smorto e il trucco pesante in fila alla cassa che ha appena sgridato il figlio: forse non è sempre così; forse è stata sveglia tre notti di seguito a stringere la mano al marito che sta morendo di cancro alle ossa. O forse è quella stessa impiegata assunta alla Motorizzazione col minimo salario che soltanto ieri ha aiutato vostra moglie a risolvere un problema burocratico da incubo facendole una piccola gentilezza di ordine amministrativo. Non è molto verosimile, d’accordo, ma non è nemmeno da escludere: dipende solo da cosa volete prendere in considerazione. Se siete automaticamente certi di sapere cosa sia la realtà e chi e che cosa siano davvero importanti – se volete operare in modalità predefinita – allora anche voi, come me, probabilmente trascurerete tutte le eventualità che non siano inutili o fastidiose. Ma se avrete davvero imparato a prestare attenzione, allora saprete che le alternative non mancano. Avrete davvero la facoltà di affrontare una situazione caotica, chiassosa, lenta, iperconsumistica, trovandola non solo significativa ma sacra, incendiata dalla stessa forza che ha acceso le stelle: compassione, amore, l’unità sottesa a tutte le cose. Misticherie non necessariamente vere. L’unica cosa Vera con la V maiuscola è che riuscirete a decidere come cercare di vederla. Questa, a mio avviso, è la libertà che viene dalla vera cultura, dall’aver imparato a non essere disadattati; riuscire a decidere consapevolmente che cosa importa e che cosa no. Riuscirete a decidere che cosa venerare…
Ecco un’altra cosa vera. Nelle trincee quotidiane della vita da adulti l’ateismo non esiste. Non venerare è impossibile. Tutti venerano qualcosa. L’unica scelta che abbiamo è che cosa venerare. È un motivo importantissimo per scegliere di venerare un certo dio o una cosa di tipo spirituale – che sia Gesù Cristo o Allah, che sia YHWH o la dea madre della religione Wicca, le Quattro Nobili Verità o una serie di principi etici inviolabili – è che qualunque altra cosa veneriate vi mangerà vivi. Se venerate il denaro e le cose, se è a loro che attribuite il vero significato della vita, non vi basteranno mai. Non avrete mai la sensazione che vi bastino. È questa la verità. Venerate il vostro corpo, la vostra bellezza e la vostra carica erotica e vi sentirete sempre brutti, e quando compariranno i primi segni del tempo e dell’età, morirete un milione di volte prima che vi sotterrino in via definitiva. Sotto un certo aspetto lo sappiamo già tutti benissimo: è codificato nei miti, nei proverbi, nei cliché, nei luoghi comuni, negli epigrammi, nelle parabole, è la struttura portante di tutte le grandi storie. Il segreto consiste nel dare un ruolo di primo piano alla verità nella consapevolezza quotidiana. Venerate il potere e finirete col sentirvi deboli e spaventati, e vi servirà sempre più potere sugli altri per tenere a bada la paura. Venerate l’intelletto, spacciatevi per persone in gamba, e finirete col sentirvi stupidi, impostori, sempre sul punto di essere smascherati. E così via.
Guardate che l’aspetto insidioso di queste forme di venerazione non è che sono malvagie o peccaminose, è che sono inconsapevoli.
Sono modalità predefinite. Sono il genere di venerazione in cui scivolate per gradi, giorno dopo giorno, diventato sempre più selettivi su quello che vedete e sul metro che usate per giudicare senza rendervi nemmeno bene conto di farlo. E il cosiddetto «mondo reale» degli uomini, del denaro e del potere vi accompagna con quel suo piacevole ronzio alimentato dalla paura, dal disprezzo, dalla frustrazione, dalla brama e dalla venerazione dell’io. La cultura odierna ha imbrigliato queste forze in modi che hanno prodotto ricchezza, comodità e libertà personale a iosa. La libertà di essere tutti sovrani dei nostri minuscoli regni formato cranio, soli al centro di tutto il creato. Una libertà non priva di aspetti positivi. Ciò non toglie che esistano svariati generi di libertà, e il genere più prezioso è spesso taciuto nel grande mondo esterno fatto di vittorie, con queste e ostentazione. Il genere di libertà davvero importante richiede attenzione, consapevolezza, disciplina, impegno e la capacità di tenere davvero agli altri e di sacrificarsi costantemente per loro, in una miriade di piccoli modi che non hanno niente a che vedere col sesso, ogni santo giorno. Questa è la vera libertà. Questo è imparare a pensare. L’alternativa è l’inconsapevolezza, la modalità predefinita, la corsa sfrenata al successo: essere continuamente divorati dalla sensazione di aver avuto e perso qualcosa di infinito.
So che questa roba forse non vi sembrerà divertente, leggera o altamente ispirata come invece dovrebbe essere nella sostanza un discorso per il conferimento delle lauree. Per come la vedo io è la verità sfrondata da un mucchio di cazzate retoriche. Ovvio che potete prenderla come vi pare. Ma vi pregherei di non liquidarlo come uno di quei sermoni che la dottoressa Laura impartisce agitando il dito. Qui la morale, la religione, il dogma o le grandi domande non c’entrano. La Verità con la V maiuscola riguarda la vita prima della morte. Riguarda il fatto di toccare i trenta, magari i cinquanta, senza il desiderio di spararvi un colpo in testa. Riguarda il valore vero della vera cultura, dove voti e titoli di studio non c’entrano, c’entra solo la consapevolezza pura e semplice: la consapevolezza di ciò che è così reale e essenziale, così nascosto in bella vista sotto gli occhi di tutti da costringerci a ricordare di continuo a noi stessi: «Questa è l’acqua. Questa è l’acqua; dietro questi eschimesi c’è molto più di quello che sembra». Farlo, vivere in modo consapevole, adulto, giorno dopo giorno, è di una difficoltà inimmaginabile. E questo dimostra la verità di un altro cliché: la vostra cultura è realmente il lavoro di una vita, e comincia… adesso. Augurarvi buona fortuna sarebbe troppo poco.


David Foster Wallace – Questa è l’acqua

[ discorso per la cerimonia delle lauree al Kenyon college, 21 maggio 2005 ]

La società dei simulacri e la spettacolarità di massa


Nella produzione artistica postmoderna i valori individuali si annullano nella riproduzione in serie e si svuota di senso anche il concetto di “stile”. Al regno della logica e della sostanza, subentrano i simulacri -di cui avevamo parlato in un articolo precedente, ndr.-, delle apparenze, della spettacolarità di massa.

Il Postmoderno designa una condizione culturale in cui tutte le conquiste della modernità sono giunte a saturazione, in cui la realtà si sviluppa attraverso conflitti sparsi e incontrollabili, in cui viene messa in causa ogni logica e ogni coerenza ordinatrice: esso mostra come l’orizzonte attuale sia dominato da una comunicazione vuota, televisiva, informatica, pubblicitaria, basata sul riciclaggio, sulla ripetizione, sullo spostamento di dati già elaborati. E una situazione in cui le forme della cultura di massa si confondono con quelle della cultura alta: i caratteri degli spettacoli più degradati possono coincidere con quelli della più ambiziosa attività artistica e filosofica, che non sembra mirare più alla ricerca del nuovo, ma piuttosto alla ripresa e alla combinazione degli stili del passato, alla citazione e all’interpretazione.

In esso tutto diviene simultaneo: i valori individuali e personali si annullano nella riproduzione in serie di testi, di messaggi, di immagini; si svuota di senso lo stesso concetto di stile. Il dominio assoluto delle immagini e delle registrazioni fa sì che non sia più possibile distinguere l’originale dalla copia, che ogni rapporto sociale si trasformi in uno scambio di simulacri vuoti, che valgono solo in quanto appaiono e i cui contenuti sono assolutamente indifferenti: al regno della logica, a un mondo umano basato sull’idea che ogni fenomeno sia retto da una sostanza profonda, che si debbano cercare verità trasparenti e autentiche, succede così una società dei simulacri (M. Perniola), in cui tutte le cose e le esperienze perdono spessore e sostanza. Dato che ogni momento della vita è dominato dall’apparenza, si può quasi parlare di estetismo di massa, di una spettacolarità diffusa, di una moltiplicazione incessante di sorprese che si confonde con l’indifferenza: una produzione che ha bisogno di rinnovarsi senza soste e che tende ad esibire qualsiasi oggetto come estetico, ad attribuire a ogni prodotto un valore edonistico, una bellezza fittizia e degradata, che seduce per il suo puro apparire.

Molti critici e teorici del postmoderno si abbandonano ad esaltazioni trionfalistiche della nuova realtà, insistono sulla liberazione rappresentata dalla caduta degli antichi valori e degli antichi sistemi di relazione, metafisici e autoritari. Al polo opposto, alcuni visioni apocalittiche non solo puntano il dito sulla perdita del patrimonio del passato, ma mettono in evidenza il nuovo peso che assumono poteri incontrollabili, le nuove situazioni di solitudine, di incomunicabilità, di egoismo, di violenza cieca che si aprono nelle pieghe del nuovo regno dei simulacri. […] Paesi e popoli intrecciano contatti e scambi continui, e tendono a identificarsi nel modello di vita americano, espressione delle possibilità umane […]. Anche in Italia, sulla scia del modello americano, si è affermato il dominio incontrastato delle forme della cultura di massa […]. Scarse e inefficaci appaiono le resistenze di fronte a questa americanizzazione sempre più estesa della vita e della comunicazione quotidiana. […] Gran parte delle forme della cultura di massa si servono della televisione come principale luogo di risonanza, strumento di penetrazione nelle abitudini quotidiane. Molti generi, tecniche, spettacoli basati su arti diverse passano attraverso la televisione, specie i generi narrativi e drammatici […]. Ma anche gli eventi pubblici, le vicende della storia mondiale, la stessa vita politica, vengono trasformati dalla televisione in fatti spettacolari, in cui rivestono grande rilevanza sopratutto i modi di apparire.

Articolo tratto da:

Giulio Ferroni, Ideologie e forme culturali nel tempo del postmoderno. 

Era il 1991.

Il virtuale come iperreale

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-O sul Simulacro della Realtà-

Continuando nelle mia speculazione linguistica/antropologica sulla comunicazione odierna e sui suoi mezzi, al di là delle forme di media massificate, stasera ho provato a tracciare una fisionomia della comunicazione in un ambito che si trova a metà tra il personale (come mimesi di un diario) e il collettivo (come mimesi di un luogo di incontro) : il social network.

Strumento oggi comune nel nostro quotidiano, le cui implicazioni relative al mutamento della percezione sul reale -permettetemelo- non sono ancora state ben constatate.

Credo di voler racchiudere gli usufruitori dei social network in due categorie:
•coloro che ne usufruiscono solo per riceverne informazioni e notizie, senza ricambiare con l’incentivazione del loro profilo.
•coloro che lo impiegano invece per l’ incentivo che ne traggono per la propria identità nonché conseguentemente come vaglio della norma sociale.

I primi sono quelli che forniscono informazioni personali essenziali, sufficienti a venir riconosciuti nella comunità, affinché possano informarsi sugli altri; i secondi sono coloro che costruiscono una data propria immagine esercitando e facendo esercitare su di essi il consenso altrui.
In qualche modo instaurano un filtro biunivoco di pari valore tra il proprio individualismo e il collettivo: ovvero ognuno detta la norma sociale, si omologano affermando (in modo contraddittorio, ndr.) la propria individualità, cercando cioè di incentivare la propria originalità. Questo è un processo contraddittorio appunto per l’inflazione che l’Io ne ricava: tuttavia non è così avvertito dal utente, in quanto questo tipo di usufruitori è portato a riporre e consolidare la sua presunta identità (evidentemente non ancora strutturatasi nella realtà) in qualcosa di non concreto ed estremamente composito, appiattendo il suo presente: ciò viene cristallizzato senza soluzione di continuità perché dettato da eventi che se avvertiti come unici e degni di condivisione, nient’altro sono vissuti che come prodotti da dare in pasto per mantenere il quorum sociale, i quali per quanto significativi ed importanti nella realtà risultano ormai degradati, necessitando di venir legittimati solo dal virtuale.
Dobbiamo dunque dire che internet, i social media o in un accezione più larghi il Virtuale non solo depauperi il Reale, ma lo assimili, lo consolidi e legittimi.
La trasposizione del consenso sociale nel virtuale fa risultare l’identità a un tempo fluida, dinamica ed aperta ma dal altro, per assurdo, terribilmente superficiale e statica.

«L’astrazione oggi non è più quella della mappa, del doppio, dello specchio o del concetto. La simulazione non è più quella di un territorio, di un essere referenziale o una sostanza. È piuttosto la generazione di modelli di un reale senza origine o realtà: un iperreale. Il territorio non precede più la mappa, né vi sopravvive. […] È la mappa che precede il territorio – precessione dei simulacri – è la mappa che genera il territorio […]. L’età della simulazione comincia con l’eliminazione di tutti i referenti – peggio: con la loro resurrezione artificiale in un sistema di segni, che sono una materia più duttile dei significati perché si prestano a qualsiasi sistema di equilvalenza, a ogni opposizione binaria, e a qualsiasi algebra combinatoria. Non è più una questione di imitazione, né di duplicazione o di parodia. È piuttosto una questione di sostituzione del reale con segni del reale; cioè un’operazione di cancellazione di ogni processo reale attraverso il suo doppio operazionale. […] sarà un iperreale, al riparo da ogni distinzione tra reale e immaginario, che lascia spazio solo per la ricorrenza di modelli e per la generazione simulata di differenze.»

(Simulacres et simulation)
Jean Baudrillard


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Anacoluti ed altro

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Ogni tanto ritorniamo. Insomma, sapete che in realtà non ce ne andiamo mai però. Dopo una pausa di fine estate ed inizio autunno, torniamo. E se ci siamo persi un po’ per la strada, è stato perché talvolta occorre concentrarsi su ciò che
ci passa per la testa, ridargli ordine, rimetterlo bene in moto.

È il solito discorso che va ormai avanti da un pezzo, che credo si protrarrà fino alla fine delle nostre vite e che, per quanto si provi a tracciarne una fisionomia, risulterà sempre sfuggevole e multiforme.
Sto cercando di parlare del ansia, delle distrazioni e del senso di oppressione e di noia che ci pervade, sto ancora cercando di rintracciarne le loro radici.
Del perché ci si senta sempre insoddisfatti, preoccupati e stanchi di tutto questo.
Si mostrano tutti i giorni, in una miriade infinita di sofferenza, tanto che sono ormai assimilate negli atteggiamenti sociali che dimostriamo.
Quello che ho concluso a riguardo della mia depressione, è stato il capire che essa non è una condizione quanto più un modo di vivere, o perlomeno un suo aspetto che si presenta tanto più acuta quanto più si lasci ergere di fronte a noi un sensazione di panico.
Il panico è infatti una non-reazione: degli eventi esterni che richiedono una certa algoritmicità per esser risolti scatenano nel individuo una sorta di black-out; è una spinta endogena, verso l’interno e non l’esterno perché si crede di non avere i mezzi per affrontare il problema, riflettendo -in maniera latente- sul immagine che abbiamo di noi un’insicurezza che si radica tanto da innescare una sorta di circolo vizioso.
Non vorrei parlare di subconscio -dato che io non ho le competenze di uno psicoanalista-, ma in questo termine tendo ad includere tutte quelle immagini che sedimentiamo di noi stessi e del mondo, con le relative sensazioni personali.
Ecco, credo che il discorso su cui verta tutto sia questo: la nostra mente, il nostro modo di pensare più recondito.
Certo, a molti di voi questa affermazione risuonerà poco sensazionalistica se non banale, ma vorrei sottolinearvi che già constatare quanto è una grande presa di coscienza.
Non sto offrendo dei metodi risolutivi come vedete, perché credo che la semplice volontà di parlarne, di mettere in gioco tutto se stessi sia di per se sufficiente.
Esser lucidi, raziocini significa aver in testa dei concetti ben fissati e procedere su questi verso un obiettivo, mossi da una ferma volontà.
Ciò è per alcuni il nostro Super-Io, ciò che detta cosa occorre fare.
Quanti di noi riescono a prefiggersi degli obiettivi reali? Ovvero, quanti di noi si muovono con metodo per ottenere ciò che vogliono non alterando la loro perseveranza?
È banale lo ripeto, ma degli esempi di tutti i giorni mille sono gli episodi in cui procrastiniamo, sminuiamo ciò che conta davvero, confabulando dentro noi stessi.
Costruiamo ponti a metà, qualcosa che nella terminologia linguistica si chiama un «anacoluto»: una struttura di una frase che si interrompe bruscamente, perdendo la sua compiutezza, il suo significato.
Divaghiamo, insomma.
E questo inevitabilmente si circoscrive nel circolo vizioso dell’immagine che abbiamo di noi, infondendo ulteriore sfiducia in se stessi.

Quello che cerco di dire è che, per quanto ci si senta mai depressi -immersi in una vita che non riserbi più aspettative, in cui la noia, l’accidia, l’ennuì, l’inerzia, il panico e l’ansia abbiamo stinto ogni colore- tutto ciò per quanto possa apparirci trasversale, insormontabile e profondo può venir superato.
Non dalla nostra volontà, questa viene dopo, perché è inutile proporsi grandi opere se non si hanno stimoli ne ragioni.
Ma dalla nostra consapevolezza, dalla nostra capacità di immergerci tanto più profondamente in noi stessi e vedere che l’immagini negative che ci hanno dato e abbiamo accolte non hanno tutta questa grande consistenza.
Perché magari, a ragionarci sù, ve ne sono molte altre positive molto più radicate.